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 ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia

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Tonymusante
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MessaggioTitolo: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Ven Nov 02, 2012 1:02 pm

Ho riflettuto a lungo prima di aprire questa ulteriore finestra; in pratica poteva essere una sotto sezione oppure divenire un thread di racconti e di nozioni a se stante, legati al desiderio mai appagato di ricercare di continuo le nostre origini o, meglio, le origini di ciò che ci piace fare.
Alla fine mi son detto che ne valeva la pena e, fugati i timori iniziali che mi avevano indotto nel prologo della  sezione a scongiurare narrazioni tanto vetuste, ho dato libero sfogo ai miei primordiali ma pur sempre controllati istinti di cultore dell’antichità e della storia come “magistra vitae”.
Forse contraddico il sottotitolo della sezione con storie inerenti ad un qualcosa del tutto estraneo al powerliftng, di parzialmente diverso dallo sport dei pesi e di  più indefinito degli italici confini? Può darsi che in qualche modo sia vero ma, in ultima analisi, credo e mi auguro che non sia effettivamente così.
Ognuno ha una propria vita da raccontare collocata in un contesto ben più ampio e derivato da altre storie ancora più lontane. Senza una ricerca ed uno studio continuo su cosa c’era prima e perché ci fosse non capiremmo nulla neppure di noi stessi e delle attività che pratichiamo.   study

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Perché esistono le gare con i pesi ed in generale di forza? Prima ancora però, perché esiste l’agonismo e in che consiste, chi erano i primi atleti da cui sono sorte le discipline atletiche, da esse lo sport nell’accezione più onnicomprensiva che conosciamo, quindi un movimento che definiamo “olimpico” e che - in quanto tale -  pur non vedendoci rientrare per ora in un programma del genere, ci porta ad affiliarci in federazioni a consorziarci in Comitati, a sperare o vantare riconoscimenti?
Quali sono i luoghi all’origine di tutto ed in quali tempi remoti tutto è presumibilmente sorto, perlomeno nelle categorie classiche che hanno condotto alle attuali catalogazioni? Chi siamo nel nostro più recondito stato di atleti ed a quale grande famiglia ci ispiriamo?
Ciò che contraddistingue un movimento sportivo nella sua essenza autentica di sport agonistico - quale il powerlifting ha giustamente ambizione e pretesa di esser riconosciuto e ricompreso - e lo differenzia da altre attività promozionali, ludiche ed amatoriali è un Organizzazione internazionale ufficiale (l’IPF, nel nostro caso), legata indissolubilmente ad un Comitato mondiale ancora più grande (il Comitato Internazionale Olimpico), che garantiscano insieme una dimensione vera ed importante allo sport che appassionatamente pratichiamo, alla nostra Federazione, fino ad ogni singolo atleta, valorizzato nella sua unicità allo stesso modo di quanto lo è la più vasta ed eterogenea collettività che egli  contribuisce a costituire.  Arrow

Ecco dunque il motivo per cui ho pensato che fosse utile ed appagante risalire alle fonti della storia ed alle origini del mito.
Non ho certo la pretesa di condurvi a sensazionali scoperte o a diffondere verità rivelate ma semplicemente contribuire a far conoscere alcuni racconti lontani, ricerche storiografiche serie e magari qualche curiosità, aneddoto o leggenda tramandata da autori noti ma pure da “vox populi”.
Se volete, potete intendere questo 3d come una “taverna del tempo” all’interno della sezione “Time machine” e, del resto, penso che nessuna sezione sportiva degna di tal nome, che si proponesse di viaggiare a ritroso nella storia di uno sport tradizionale e consolidato, possa prescindere dall’antico ed affascinante mondo di Olimpia, da cui quasi tutto si può far partire.
Le storie di personaggi cardini e fatti determinanti per lo sport del ferro in Italia proseguiranno ovviamente in maniera autonoma;  tuttavia contestualmente ed a fianco ad esse, per gli amanti del “c’era una volta”, proverò a tenere in piedi questa rubrica storiografica e semi epica, che ci condurrà parecchi secoli indietro.   farao


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Trattandosi di racconti e tradizioni riferite ad epoche remote, mi asterrò da interpretazioni e opinioni personali del tutto fuori luogo; proporrò invece studi, saggi e ricerche documentate, con post brevi ogni volta incentrati su argomenti precisi, lasciando sempre il virgolettato di quanto citato e riportando in calce gli autori da cui il brano è stato tratto.
Ciò chiaramente non impedirà a ciascuno di voi, se lo vorrà, di porre domande, proposte e interrogativi ai quali, nell’ambito delle limitate possibilità fornitemi dai testi a cui mi rifarò, cercherò di indagare e rispondere per quanto possibile.
E' superfluo infatti soggiungere che, trattandosi di un forum, l'intervento è sempre gradito e foriero di possibili nuovi sviluppi tematici.
Altrimenti, potrete comunque considerarlo un recipiente da più o meno piacevole lettura e informazione, dove attingere la sera per favorire un buon sonno atletico ristoratore, nel meritato recupero dai vostri workouts.  Sleep


La macchina del tempo sta per iniziare il suo fantastico viaggio all’indietro…….benvenuti nel meraviglioso mondo di Olimpia!    cheers

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Ultima modifica di Tonymusante il Mer Set 30, 2015 10:05 am, modificato 10 volte
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Tonymusante
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Ven Nov 02, 2012 3:48 pm

"Olimpia, così conosciuta dagli antichi scrittori, non fu mai una città: ma chiamavasi in tal modo quel tratto sulla sponda destra dell'Alfeo, 16 odierni chilometri circa prima della foce di questo fiume nel mare e 37,5 ca. distante da Elide, il quale era sacro particolarmente a Giove e dove celebravansi, ad onore di questo Nume, feste rinomatissime che si conoscono col nome di Giochi Olimpici.
Olimpia oggi è in parte occupato da un villaggio denominato Antilla."



(tratto da "Elementi di archeologia" di Antonio Nibby).



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Olimpia: dove era e come era



“…..la pianura arrossata dall’Alfeo, il luogo in cui il fiume riceve il suo affluente Kladeo, che discende dalla montagna dell’Elide; ai suoi piedi la vallata di Olimpia, che gli antichi scelsero come posto migliore per la celebrazione dei loro Giochi e delle loro feste e che consacrarono al padre degli Dei: Zeus Olimpico.
Olimpia non ebbe sempre lo stesso aspetto attraverso le età; essa fu teatro di vari cambiamenti. Gli antichi edifici furono più volte rinnovati e nuove costruzioni si aggiunsero alle antiche.
I nuovi scavi ci hanno fornito elementi che ci permettono di completare le notizie che ci ha lasciato Pausania e di determinare con più precisione l’epoca nella quale furono edificati i diversi edifici di Olimpia.
Questi scavi ci hanno anche permesso di risalire più in alto, poiché essendo stati gli scavi portati in profondità di sette metri in diversi punti, si è potuto rilevare l’Olimpia tale e quale era prima dell’istituzione dei Giochi, in quell’epoca preistorica che si perde in una rete di leggende meravigliose.
Si sono scoperti in certi luoghi degli ammassi di ex voto, in terra cotta e in bronzo, che ci indicano il piazzamento di antichi altari, attorno ai quali si riunivano gli abitanti dei dintorni di Olimpia per adorare le divinità che erano venerate in questi luoghi.
Con molta probabilità queste divinità erano: Zeus, Hera, Rhea la madre degli Dei, Kronos, il cui altare sorgeva sulla collina che prese appunto il nome da questo Dio e fu chiamata Kronion.
Il recinto consacrato agli Dei era circondato da una semplice siepe. Numerosi alberi formavano un bosco, da dove venne il suo nome Altis. Ai rami degli alberi si attaccavano gli ex voto e, quando il vento agitava gli alberi, il mormorio delle foglie si univa al rumore degli ex voto, che urtandosi producevano suoni misteriosi, nei quali i pellegrini cercavano di cogliere gli oracoli divini.
Con il tempo gli altari si moltiplicarono nell’Altis. Se ne costruirono parecchi in pietra o in mattone ma gli altari primitivi, composti da cenere, furono conservati come venerabili testimoni del culto preistorico.
Il più grande di tutti gli altari era quello di Giove Olimpico, del quale non resta oggi che qualche blocco di pietra, che non può servirci che a determinare in maniera precisa il posto di detto altare."



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".…La vallata così bella e caratteristica in cui sorge Olimpia apparteneva nell’antichità ai Pisati o abitanti la città di Pisa (ovviamente non si intende la città italiana, n.d.r.) ed era situata a circa mezz’ora di distanza ad est di Olimpia.
La dominazione dei Pisati si estendeva su tutta la vallata dell’Alfeo all’epoca in cui, prima della discesa dei Dorici, il Peloponneso apparteneva agli Achei.
I Pisati pertanto non furono i primi abitanti della vallata di Olimpia, che avendo seguito le diverse vicissitudini delle altre contrade elleniche, aveva assistito dai tempi più remoti a numerosi cambiamenti di popolazioni sconosciute alla storia.
Nei tempi più antichi, la vallata dell’Alfeo vide succedersi: Pelasgi, Fenici, Jonici, Cretesi, Achei ed Etoli.
L’Elide facilmente abbordabile all’imboccatura dell’Alfeo, che era navigabile per 5 chilometri e galleggiabile fino ad Olimpia, offriva una facile conquista a quelli che volevano tentare di cacciare coloro che fino ad allora ne erano stati i possessori."



(Integralmente tratto da “I Giochi Olimpici nell’antichità”, di Lambros e Politis dell’Università di Atene).

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Ultima modifica di Tonymusante il Gio Ott 01, 2015 9:19 am, modificato 3 volte
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Ven Nov 02, 2012 7:10 pm

Argomento di cui sono veramente molto ignorante ma che si preannuncia molto interessante!! Seguirò con interesse!!
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quadzilla



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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Dom Nov 04, 2012 9:34 pm

Piacevole da leggere come al solito, ti seguo finchè non inizi a scrivere in greco antico . study
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Tonymusante
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Mer Nov 21, 2012 2:22 pm

Quando non esisteva il Palazzetto


Abbiamo menzionato, nel post precedente, il bosco che circondava il recinto consacrato agli dei e, perciò, considerato anch’esso sacro.
Intorno a tale bosco, detto Altis, dove sorgevano appunto i principali edifici sacri di Olimpia, vi era un muro di cinta dal quale si aprivano quattro porte utilizzate, rispettivamente, la prima per il passaggio dei cortei, la seconda per introdurre all’Ippodromo, la terza che conduceva al Ginnasio e la quarta verso lo Stadio; vi era poi una porticina più piccola per i sacerdoti nelle celebrazioni ufficiali.



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Il GINNASIO

Subito fuori del bosco Altis, transitando come detto dalla terza porta, si apriva la Palestra o Ginnasio di Olimpia, luogo pubblico
- approssimativamente come l’odierno Palazzetto dello Sport - dove gli atleti erano dediti agli esercizi ginnici.
In realtà i termini palestra e ginnasio per certi versi si equivalgono e confondono, anche se palestra era più generico e inteso come luogo di allenamento, mentre l’accezione di ginnasio deriva dalla voce del greco arcaico “gymnaze”, che voleva dire “denudarsi”.
Sicchè il ginnasio divenne l’edificio pubblico dove gli atleti si oliavano e massaggiavano per praticare quegli esercizi ginnici - come la lotta, il disco ed altri - che solitamente si effettuavano spogliati.
Infatti ci dice Marziale: “in questa parte ci sono il ginnasio, le terme, lo stadio: ritirati, ci spogliamo e bada a non sbirciar gli uomini nudi”.


Nell’antica Grecia   “nel  periodo primitivo esistono soltanto semplici stadi per la corsa, nel secondo periodo arcaico si aggiungono alcune rudimentali palestre per la lotta, quindi nel cosiddetto “periodo ellenico” la palestra è rappresentata in una forma completa , quale ce la descrive Vitruvio. Così i periodi dell’arte seguono lo stesso processo evolutivo della ginnastica”.
(tratto da “La ginnastica nell’arte greca” di Michelangelo Jerace).


Nel brano che segue abbiamo una significativa descrizione della Palestra di Olimpia che ci mostra come, al suo interno, fossero previste delle strutture che potremmo facilmente assimilare ai nostri spogliatoi, sala massaggio e fisioterapia; inoltre alcune loro usanze, benché atleticamente primordiali, non sono poi così diverse dalle nostre necessità di utilizzare pomate, borotalco o magnesio, a seconda dei casi:


“La palestra era un grandioso edificio a pianta quadrata, con colonnato ed un atrio centrale di mt. 41 di lato, circondato da un quadruplice colonnato dorico avente scalmanature solo nella parte dell’atrio in cui avvenivano gli esercizi di lotta, pugilato e salto.
L’atrio lungo mt. 24,20 e largo mt. 5,44 era circondato da un canale di scolo ed aveva a nord una parziale pavimentazione fatta di mattoni che presentavano leggere scanalature, in modo da prevenire che i piedi nudi dei pugili scivolassero.
Nell’esedra centrale dell’ala nord è da riconoscere l’Ephebeion, di cui ci da notizia l’architetto romano Vitruvio e nei due ambienti attigui la sala di unzione o Eliothesion e quella in cui si frizionavano con la sabbia o Konisterion.
L’ambiente chiuso nell’angolo orientale costituiva la frigida lavatio, ossia il bagno freddo, mentre la sala a nord dell’ingesso sud occidentale era l’Apodyterion, cioè il luogo dove gli atleti deponevano le vesti.
La parte interna della Palestra era la sola ad essere costruita in pietra, il resto era tutto in mattoni. La parte superiore dell’edificio era riccamente ornata con pitture”.

(tratto da “Il Santuario dei Giochi Olimpici” di Maria Santangelo, 1960).


Lo stadio era inizialmente una parte del ginnasio e divenne poi costruzione a se stante quando, anche grazie ai Giochi Olimpici, le discipline atletiche aumentarono e le gare di corsa ebbero una tale diffusione da necessitare di un impianto indipendente.
Allo stesso modo la palestra, intesa come costruzione autonoma, come già possiamo vedere essere al lato del recinto di Olimpia, intendeva la pratica di discipline “ di sala” diverse dalla corsa e da altri sport bisognosi di maggior spazio, mentre il termine ginnasio passava a rappresentare un complesso di impianti sportivi

Addentriamoci allora in un’ illustrazione ancora più dettagliata del Ginnasio Palestra di Olimpia, sempre tratto dal “Santuario dei Giochi Olimpici” della Santangelo, dove, come fossero problemi attuali, è persino contemplata la necessità di un pistino coperto:
“ Il Ginnasio si compone di due lunghi portici che circondano una vasta piazza insabbiata dal Kladeos (il fiume, n.d.r.). Dei portici a nord e ad ovest non sono state trovate tracce; l’estremità del portico meridionale è stata portata via dalla corrente del Kladeos ma, da quanto rimane, apprendiamo trattarsi di una semplice galleria con colonnato dorico che, all’estremità orientale, comunicava con un ambiente a scalini avanti al quale, in linea con la strada, trovasi una vasca.
Nel punto di unione dei due portici era un ingresso monumentale posto di fronte alla porta nord ovest dell’Altis (il bosco n.d.r.)…(omissis)…………..All’altezza della terza colonna centrale di ciascuna estremità sul pavimento erano indicate le linee dei buchi destinati a ricevere i pali dell’Aphesis e poiché la distanza è quella dello “stadio” olimpico (cioè 192,27), questa galleria veniva utilizzata per gli esercizi della corsa, allorché il tempo era cattivo.”



Nel Ginnasio di Olimpia era inoltre riportata la lista ufficiale degli Olimpionici e delle Olimpiadi insieme a numerose statue di atleti.

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Ultima modifica di Tonymusante il Gio Ott 01, 2015 9:21 am, modificato 1 volta
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Ven Gen 04, 2013 11:12 am


L’origine mitologica dei Giochi




“ Circa i Giochi Olimpici, narrano quegli Elei, che primariamente Saturno ebbe il regno nel cielo e che in Olimpia dagli uomini di quel tempo, che diconsi dell’età dell’oro, fu a Saturno edificato un tempio. Venuto Giove alla luce, dicono che Rea commise la custodia del fanciullo ai Dattili Idei, i quali furono ancora appellati Curati; che vennero costoro dall’Ida di Creta: Ercole, Peneo, Epimede, Jasio e Ida; che Ercole giocando (perciò vogliono che di loro fosse il più vecchio) mosse i fratelli al combattimento del corso e coronò quello di loro che vincesse con un ramo d’olivo; ed avevano tal abbondanza di questo albero che ne spandevano in terra le foglie verdi per coricarvisi.
Affermano poi che l’’olivo selvatico fu ai Greci condotto da Ercole dalla terra degli Iperborei, i quali abitano di là del vento Borèa.
Ercole Ideo ha la gloria di aver per primo fatto il regolamento dei Giochi ed aver loro imposto il nome di feste Olimpiche. Stabilì pertanto di celebrarle ogni cinque anni, poiché egli ed i fratelli erano cinque di numero……”


(tratto dalla “Descrizione della Grecia” di Pausania).


[nella foto la statua dell'Ercole farnese, raffigurante Ercole mentre si riposa appoggiato ad una roccia dove ha posto la clava e la lemtè, la pelle del leone di Nemea, frutto della sua prima fatica]
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Quindi, leggendo Pausania, sarebbe stato Ercole in tempi mitici a dare origine ai Giochi, facendoli disputare ogni 5 anni in onore a lui ed ai suoi 4 fratelli.
Successivamente i Giochi sarebbero stati interrotti, finchè Pelope li celebrò nuovamente in onore di Giove, poi ancora interrotti fin quando Ifito, discendente di Ercole, non li ripristinò dietro responso dell’Oracolo di Delfo, portandoli ad una distanza di 4 anni tra loro.
La prima olimpiade sarebbe stata celebrata nell’884 a.C. ma il conteggio iniziò solo dal 776 a.C. e continuò periodicamente fino al 393 d.C., data dell’ultima Olimpiade ufficiale,dopo 1169 anni e 293 edizioni, delle quali un elenco abbastanza esauriente è conservato nella Biblioteca Nazionale di Atene.



Abbiamo letto della tradizione mitologica riferita ad Eracle e riportataci da Pausania, vediamo ora cosa ci è stato tramandato da Pindaro sull’origine del mito e sulla ripresa dei Giochi ad opera di Pelope:

“ Secondo Pindaro, il cantore dei Giochi, essi vennero creati per celebrare l’impresa di Pelope, mistico principe venuto in Elide dall’Asia Minore. La leggenda di Pelope e Ippodamia è ispirata alle corse dei cavalli.
Oinomaos, re di Pisa (città greca - n.d.r.) nell’Elide, aveva una figlia bellissima, Ippodamia. Molti si erano invaghiti della fanciulla ma Oinamaos, per darla in sposa, pretendeva che gli aspiranti lo battessero in una corsa di bighe, pena la morte in caso di sconfitta e tutti gli sfortunati pretendenti avevano perduto la vita nel vano tentativo di batterlo.
Anche Pelope venne a Pisa e chiese in sposa Ippodamia ma, essendo egli protetto dagli Dei, Oinamaos si sfracellò nella corsa e Pelope ebbe in sposa la di lui figlia [i](e per celebrare l’evento ripristinò i Giochi – n.d.r.).


“ Un’altra tradizione attribuiva l’origine dei Giochi ad Eracle il quale, compiuta la fatica di pulire le stalle di Augia (una delle 12 fatiche di Ercole – n.d.r.), ne distrusse la città. Il re impazzì e morì mentre Eracle proseguì nell’avanzata e arrivò a Pisa.
Qui consacrò al padre Zeus il bosco di Altis e chiamo Cronos il colle che corona la valle del fiume Alfeo. Lì, tra il colle e il fiume, fondò i Giochi in onore di Zeus (Giove Olimpico), perché residente in cima al Monte Olimpo, da cui il nome di Olimpia e dei Giochi.”.


(tratto da “Rassegna retrospettiva dello sport” di Alessandro Amoroso – 1951).


[il monte Olimpo dove, per la leggenda, abitavano gli dei]
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Ecco invece cosa ci viene narrato riguardo all’ulteriore ripresa dei Giochi da parte di Ifito:

“ Quando Ifito, discendente di Oxilo, sale al trono di Elide comincia la storia. Siamo all’inizio dell’8° secolo avanti Cristo.
Un giorno, trovandosi nella necessità di difendere i suoi concittadini da una funesta pestilenza che si abbattè sul paese, si recò a Delfo per chiedere consiglio alla Pizia: ^se rinnovi i Giochi Olimpici la pestilenza avrà termine^ – disse l’oracolo.
Ottenuta l’adesione dei popoli vicini, egli promette che l’Elide diventerà uno stato neutrale e pacifico; prende altresì l'impegno di organizzare, negli anni futuri, i Giochi atletici istituiti in onore di Giove. Essi avranno luogo nel recinto di Altis.
Al termine della riunione che rimarrà memorabile, non solo nello sport ma in quella dei popoli, viene firmata la carta di Olimpia. Incisa in un disco di bronzo, in modo che la scrittura ne segni il contorno circolare, essa stabilisce che nei giorni in cui avranno luogo in Olimpia i Giochi atletici siano deposte le armi nell’Elide, nella Pisatide e nella Laconia (quest’ultima, la regione di Sparta – n.d.r.).
Questa tregua prese il nome di Echecheira, giovane moglie di Ifito.
Il disco viene affidato alla custodia della Dea che ha assistito alla stipula del breve trattato e lasciato nel tempio, dove lo troverà più tardi Aristotele che lo giudicherà il monumento più importante nella storia del Peloponneso. Dopo dieci secoli potrà vederlo nello stesso posto Pausania.”


(tratto da “ Mito e storia delle Olimpiadi” di Alfonso Garofalo).



Sull’argomento, leggiamo pure:

“ Gli Elei lottarono strenuamente per strappare Olimpia ai Pisati ma questi tenacemente seppero far valere i loro diritti. Alla fine, stanchi di lotte e pestilenze, i contendenti, su consiglio dell’Oracolo di Delfi, decisero di ristabilire i Giochi Olimpici per ridare benessere e unità al Paese.
Le trattative furono affidate ad Ifito, re dell’Elide e discendente di Oxilio, a Cleostene, re di Pisa ed a Licurgo di Sparta.
Il regolamento delle feste fu inciso su un disco conservato nel tempio di Era; su di esso, fino ai giorni di Aristotele, si potevano leggere i nomi di Ifito e di Licurgo.
Questo disco può essere considerato il primo documento storico dei Giochi Olimpici.”


(tratto da “ Sport e Giochi nella Grecia antica” di Norman Gardiner – 1956).



Aldilà delle origini mitiche e delle loro attribuzioni, la data da cui far decorrere la celebrazione dei Giochi dell’antichità è dibattuta e controversa.
Ci troviamo senza dubbio tra l’8° ed il 9° secolo prima della nascita di Cristo: Roma non è ancora stata fondata, grandi pensatori e filosofi orientali come Budda e Confucio non sono ancora nati ma le dinastie egizie sono già in declino.
Questo che segue è quanto leggiamo riferito a Strabone.

“ secondo Strabone quella vinta da Corebo (o Coroibo, dichiarato il più veloce nei 192 mt. che costituivano la misura dello stadio nel corso dell’Olimpiade del 776 a.C. – n.d.r.) sarebbe stata la corsa non della prima Olimpiade bensì della ventiseiesima dopo la restaurazione dei Giochi compiuta da Ifito.
Come e quando si perpetuasse la convinzione che la cronologia olimpica dovesse risalire molto aldilà del 776 a.C. lo documenta il disco ritrovato in Olimpia dagli archeologi tedeschi il 3 novembre 1879.
Sopra una faccia del disco il vincitore, nell’offrire quale ex voto l’attrezzo del suo trionfo scrisse ^Pupilo Asclepiade il pentatleta dedica questo disco a Giove nella 255° Olimpiade^.
Ma sull’altra faccia dello stesso disco ecco il patrizio romano, che in quei giorni ricopriva la carica di alitarci, scrivere a sua volta ^A Giove Olimpico quando Flavio Scriboniano era alitarco, al tempo della 456° Olimpiade^.
Sicchè, per questo nobile romano, la prima Olimpiade risalirebbe al 1580 a.C.”


(tratto da “ Olimpiadi ” di Lando Ferretti – 1959 ).



Ora, pur considerando leggendarie le tradizioni che assegnano ad Eracle (Ercole) l’istituzione delle Olimpiadi, riflettendo però che ogni mito può avere un suo fondamento allegorico, non possiamo escludere che in tempi remoti si svolgessero effettivamente Giochi atletici nell’Ellade sia pur diversamente denominati; così come, del resto, non possiamo trascurare le fonti che attribuiscono a Pelope la ripresa di Giochi antichi.
Tra l’altro la versione tramandataci da Strabone collimerebbe con l’eventualità che il nuovo ulteriore inizio, da parte di Ifito, possa esser collocato nell’884 a.C..
Cionostante, a dar maggior credito alle fonti parallele, non potrebbe farsi risalire a quell’epoca una cronologia ufficiale dei Giochi nella maniera in cui la loro storia è pervenuta a noi, dato che solo a partire dal 776 a.C. sarebbe stata realmente rispettata la periodicità, la procedura delle celebrazioni ed il computo con le vittorie degli atleti.
Da quel momento i Giochi assursero a tale importanza che i Greci calcolavano la successione degli anni sulla base della celebrazione delle Olimpiadi, come ci racconta lo storico Timeo.


“ Tale data (776 a.C. – n.d.r.) doveva costituire secondo Timeo, storico siciliano vissuto intorno al 300 d.C. ed autore di un’opera intitolata ^Olimpioniche^, il punto fondamentale della cronologia greca, poiché prima il calcolo annalistico non si faceva col criterio delle Olimpiadi indicanti uno spazio di tempo di quattro anni intercorso tra una festa olimpica e l’altra ma veniva indicato con il nome dei re o di supremi magistrati.
Sorte con carattere locale e per opera della stirpe dorica, le feste di Olimpia vennero in grande onore nei secoli VI e V a.C., ossia fino alla 90° Olimpiade, poiché dalla 15° vi prese parte sempre maggior numero di greci; dalla 30° vi partecipò la Grecia tutta e dalla 40° in poi potevano partecipare tutti i cittadini greci dell’Ellade, dell’Asia, della Sicilia e della Magna Grecia. Era però necessario che i concorrenti dimostrassero di discendere da ramo ellenico, onde si racconta che Alessandro Magno, per essere ammesso a gareggiare, dovette provare l’origine argiva dei suoi antenati.”


(tratto da “ Storia dell’Educazione fisica” di Pietro Romano – 1923).



Nel 394 d.C., l’imperatore romano Teodosio, su pressione dell’Arcivescovo Ambrogio, decretò l’abolizione dei Giochi pagani di Olimpia, che tuttavia pare siano proseguiti clandestinamente.
Pertanto, nel 426 d.C., Teodosio ordinò pure la distruzione di Olimpia e la definitiva conclusione dei Giochi antichi. Per qualche autore, tuttavia, l’ultima edizione ufficiosa si sarebbe svolta qualche anno dopo, sempre in prossimità di Olimpia, nel 440 d.C.
Le Olimpiadi dell’antichità avrebbero dunque coperto un periodo di circa 12 secoli.



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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Lun Feb 25, 2013 3:30 pm



Cosa rappresentavano i Giochi dell’Antichità



Abbiamo avuto modo di vedere, nei post precedenti, quali fossero le origini mitologiche dei Giochi e da quali fonti possiamo ricavarle e tuttavia è operazione senz’altro più complessa comprendere, calandoci per quanto possibile nella mentalità del’epoca, perché essi siano nati, quale significato recondito celassero e soprattutto cosa rappresentasse una competizione del genere nello spirito sportivo, nella cultura e nella società della Grecia antica.


“ Già nei racconti di Omero e nella civiltà cretese, 3500 anni fa, si trova che una passione dei Greci era organizzare giochi e gare sportive ma è con i giochi Olimpici che lo sport antico, nella tradizione occidentale, trova la sua forma più compiuta.
L’importanza e il valore che i Greci attribuivano a questa manifestazione dimostrano il rilievo che lo sport e l’educazione del corpo ebbero in tutta l’età classica, non a caso il grande poeta lirico Pindaro, nel V secolo a.C., scrisse centinaia di odi per i vincitori olimpici.
Le Olimpiadi erano cerimonie religiose, i giuramenti di lealtà venivano fatti a Zeus e il terreno su cui si svolgevano era un recinto sacro. Da questi Giochi erano rigidamente escluse le donne, che non potevano neppure assistervi come spettatrici e, naturalmente, erano esclusi gli schiavi......”
(continua sotto)


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[particolare dal sito archeologico di Olimpia]


- Noi, legati all’immagine delle Olimpiadi moderne, fornitaci da De Coubertin, siamo influenzati da stereotipi che non rispondevano affatto ai principi su cui si svolgevano i giochi antichi e proseguendo ora nella lettura del brano riportato andiamo incontro a sicure sorprese.


“...l’importante nelle Olimpiadi non era partecipare, ottenere un buon piazzamento ma vincere; la gloria spettava solo al primo, per tutti gli altri era la sconfitta, la vergogna.
La partecipazione fu riservata per un certo tempo alla sola aristocrazia, poi si estese gradualmente a tutti gli uomini liberi delle diverse classi sociali.
Anche la provenienza geografica mutò col passare del tempo: da concorrenti della sola Elide (la regione di Olimpia) si passò ai concorrenti provenienti da tutta la Grecia, dalle sue colonie, molti dall’Asia Minore e - nell’ultimo periodo – da tutto l’Impero Romano.
Il dilettantismo durò poco. Le città, che ambivano alla vittoria di uno dei loro ed alcuni mecenati privati iniziarono a sostenere finanziariamente gli atleti per la preparazione alle gare. I premi in denaro si erano fatti via via più sostanziosi e il circuito comprendeva centinaia di gare.
La realtà delle Olimpiadi antiche era senz’altro affascinante ma ben diversa da quella che ci è stata trasmessa dal quel mito di Olimpia costruito in Europa alla fine dell’800.
Per mille anni i Giochi Olimpici, con il loro legame alla tradizione ed al mito, con i loro regolamenti rigidi e conservatori, furono un avvenimento universale per il mondo allora conosciuto.
Va anche sottolineata l’esistenza, per lo più trascurata, delle Olimpiadi femminili, che si svolgevano subito dopo i Giochi maschili ed erano dedicate alla dea Era (la romana Giunone). Di questi Giochi minori la storia non lascia purtroppo molte tracce, poiché i poeti e gli artisti non ne esaltarono le protagoniste”.


(integralmente tratto da “ Lo sport” di Luciano Minerva – 1982).



Abbiamo dunque letto in proposito al divieto di partecipazione delle donne, cui erano riservati dei Giochi a parte dei quali, peraltro, è stata tramandata solo la denominazione.
Proviamo però a vedere più in particolare una summa del Regolamento dei Giochi, attraverso l’elenco che segue:


“ Ecco alcuni dei principali articoli del Regolamento
1- Sono esclusi dai Giochi gli schiavi e i barbari, cioè gli uomini che non possono dimostrare la loro qualità di Elleni e di uomini liberi,
2- Sono esclusi inoltre da tutte le gare gli uomini che abbiano riportato delle condanne penali, i sacrileghi ed in particolare i cittadini di quegli Stati che non pagano le multe poste loro dai giudici,
3- Tutti i concorrenti devono farsi iscrivere prima del limite fissato dalla legge, compiere nel Ginnasio di Elide la preparazione necessaria, subire e preparare il prescritto esame, prestare il giuramento legale,
4- E’ dichiarato fuori concorso chiunque giunga in ritardo,
5- E’ fatto obbligo alle donne maritate di non mostrarsi nell’Altis o nei dintorni in occasione delle grandi feste: tutte le donne che saranno sorprese nel detto limite o che abbiano oltrepassato l’Alfeo saranno prese e precipitate dal monte Tipeo, Twisted Evil
6- E’ severamente vietato mostrarsi sleali con i propri avversari,
7- Sarà colpito da verghe chiunque cerchi di corrompere i giudici,
8- Tutti i concorrenti insoddisfatti delle decisioni del giudice possono appellarsi al Senato di Olimpia e far condannare il giudice colpevole, a proprio rischio e pericolo. “


( tratto da “ Mito e storia delle Olimpiadi “ di Antonio Garofalo – 1923).



Insomma, come possiamo notare, vi sono molti punti in comune con i cardini degli attuali regolamenti, nonostante i millenni di differenza: per motivi pratici era già invalsa l’abitudine delle pre iscrizioni, era contemplata la possibilità di presentare ricorso, erano delineate delle forme di selezione, venivano puniti ritardatari e concussori ed era persino previsto in embrione una specie di responsabilità individuale e civile del giudice!
Magari, vi era forse un po’ di severità eccessiva per le donne coniugate che bramassero osservare altri uomini nudi. Shocked


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Se questi erano comunque una cospicua parte di prescrizioni e divieti, è altrettanto interessante esaminare quali fossero i requisiti per la partecipazione, richiesti al fine di evitare un eccesso di istanze in tal senso e mantenere nel contempo elevato il livello tecnico della competizione.


“ Chi voleva partecipare ai Giochi doveva annunciarsi alcun tempo prima presso l’autorità Elea e prestare un giuramento nel Bulenterio dell’Altis, dinanzi all’altare di Giove Orcio.
Il giuramento conteneva, tra le altre cose, l’assicurazione di essersi convenientemente esercitato almeno 10 mesi negli agoni ai quali voleva prender parte e la promessa di non commettere nei Giochi alcuna slealtà.
Per la preparazione di 10 mesi, l’Elide stessa aveva i suoi ginnasi ma non era prescritto di prepararsi proprio in quelli. Aveansi nell’Elide esercizi preparatori di trenta giorni, ai quali erano tenuti tutti quelli i quali per la prima volta esponevansi al cimento ”.


( tratto da “Antichità greche” di G.F. Schoemann, trad. da R. Pircher – 1877 ).


“ Gli ellenodici o ellanodici erano magistrati pubblici incaricati di organizzare e dirigere i Giochi Olimpici. Dapprima ce ne fu uno solo, poi due, infine il numero fu fissato a dieci. Portavano abiti orlati di porpora, venivano nominati dieci mesi prima dell’inizio dei Giochi e grandissimi erano i loro poteri. Selezionavano e allenavano gli atleti e premiavano i vincitori. “

( tratto da “ La ginnastica di Filostrato” , trad. da V. Nocelli – 1955).


“ Prima di disputare le gare, un araldo chiama uno ad uno i concorrenti nello Stadio. Un applauso saluta ogni nome. Poi solennemente si rivolge al popolo: ^Qualcuno di voi può rimproverare ad uno di questi atleti di non essere di nascita pura (greca) e di condizione libera o di essere stato in carcere o di essere di indegno costume?^. Un grande silenzio cala sullo Stadio, ancora una volta gli ellanodici avevano condotto le loro inchieste con cura: essi non ammettevano un atleta che non fosse un vero greco, così le prove possono avere inizio.”

( tratto da “ Le Jeux Olimpiques” di Monique Berlioux).



Riguardo invece all’aspetto non certo secondario del professionismo sportivo, bandito nella codificazione delle Olimpiadi moderne, vediamo cosa possiamo appurare dal brano seguente.


“ L’agonistica, nel corso del V secolo a.C., subì cambiamenti e la vittoria nelle gare panelleniche portava al vincitore non solo grande fama ma pure un certo vantaggio materiale. Oltre al premio in denaro, che era stato fissato in Atene dai tempi di Solone, egli aveva la vita assicurata a spese della città e qualche volta anche quella della famiglia dopo la propria morte.
Appaiono sulla scena i primi allenatori professionali e questo fa si che si introduca nell’attività agonistica quel primo substrato che contribuì alla nascita del professionismo, le cui radici cominciarono a fissarsi dopo la metà del V secolo d.C., quando la democrazia ateniese apriva la strada ai nuovi e più uniti ceti sociali verso l’educazione fisica.
Nel professionismo si è visto la degenerazione della vecchia natura agonistica, lo spegnersi del fuoco dell’antico ideale e del [sorgere dello] scopo dell’atleta che non si limitava più alla fama o alla difesa della patria ma all’ambizione personale.
Nascono quei tipi di atleti detti periodonici (coloro che avevano ottenuto la vittoria nei 4 Giochi Panellenici: Olimpici, Nemei, Istmici e Pitici).
Le gare con il tempo si trasformarono in spettacoli, dove erano più numerosi i cittadini che assistevano rispetto ai partecipanti. “


( tratto da “ L’agonistica sportiva nella Grecia antica” di Bronislaw Bilinski – 1959)


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[dal sito archeologico di Olimpia]


Nel corso dei secoli sarebbe quindi sostanzialmente mutata la natura ed il significato dei Giochi, che sarebbero progressivamente evoluti da una manifestazione di atletismo del singolo e dalla forte caratterizzazione di rappresentatività della propria città - che spingevano all’origine ogni maschio giovane ed in salute ad aspirare a mostrare la propria bravura ed il proprio valore - ad uno spettacolo ludico neppure esclusivamente sportivo (come possiamo leggere appresso).
Il mutare dei tempi e dei costumi, un benessere acquisito ed una popolarità consolidata avrebbero trasformato un agone di puro spirito competitivo, quale quello che possiamo tutt’oggi trovare nelle discipline sportive dilettantistiche minori o di nicchia, in un evento circense o mediatico (per l’epoca ovviamente) di grande richiamo.


“ Dopo l’80^ Olimpiade alle gare ginniche si aggiunsero i concorsi letterari ed artistici, cioè gare poetiche, musicali e letterarie. Si ebbero così discorsi ben studiati che celebravano fatti storici, detti anche panegirici e convennero ad Olimpia letterati famosi a leggere passi delle loro opere.
Ricordiamo tra gli storici Erodoto e fra gli oratori Lisia. “


( tratto da “ Storia dell’Educazione fisica” di Pietro Romano).



Del resto non c’è poi molto da stupirsi di queste significative trasformazioni, se consideriamo l’enorme lasso di tempo di oltre mille anni che separa l’inizio delle Olimpiadi antiche dalla loro fine.
Pure il carattere “panellenico”, ovvero il corrispettivo del concetto odierno di universalità dei Giochi che - allora - poteva estendersi a tutto il mondo civile (ellenico ed ellenizzato conosciuto), fu una conquista graduale, non riscontrabile subito agli albori dei Giochi.


“ Le prime Olimpiadi furono una faccenda paesana e locale: il carattere panellenico crebbe poco a poco.
Una memoria di Luigi Moretti registra nomi di 944 vincitori tra il 776 a.C. ed il 287 d.C., per complessive 369 Olimpiadi, mentre ne aggiunge altri di data molto incerta: in tutto 1029. Dei primi 53 nomi, relativi alle prime 33 Olimpiadi, 39 sono atleti peloponnesiaci, ossia della penisola in cui si trova Olimpia. Il primo olimpionico non peloponnesiaco è Orrhippos di Megara, vincitore dello stadio alla 15^ Olimpiade nel 720 a.C. In quella stessa Olimpiade lo spartano Akanthos (Sparta è nel Peloponneso) vinse il dolichos, la corsa di fondo disputata per la prima volta, inaugurando la serie delle vittorie spartane…..
Ma per dare il senso del crescente panellenismo dei Giochi, valgano queste tre notizie: alla 23^ Olimpiade (388 a.C.) si disputa per la prima volta il torneo di pugilato e vince Onomastos, che è un greco di Smirne (Asia Minore); alla 25^ Olimpiade (680 a.C.) corrono per la prima volta le quadrughe e vince Oagondas di Tebe, nella Beozia; nella 33^ Olimpiade, essendo stata introdotta la nuova specialità del pancrazio (tipo di lotta, n.d.r.), vince Lygdamis che viene da Siracusa, colonia in Sicilia”


( tratto da “ Così splendeva Olimpia “ – AA.VV. , a cura di Antonio Gnoli, 1985).

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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Mar Apr 02, 2013 12:37 pm



L’ORGANIZZAZIONE ed il CERIMONIALE dei GIOCHI


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Il brano che segue è tratto da “I Giochi Olimpici nell’antichità”, Rapporto Ufficiale stilato in occasione delle prime Olimpiadi moderne, svoltesi ad Atene nel 1896, da Lambros e Politis dell’Università di Atene.


“ Ogni cinque anni Olimpia riprendeva una nuova vita in occasione delle Heraia, feste in onore di Era, alla quale si faceva dono di un nuovo peplo ( velo tessuto dalle sacerdotesse Eleene della dea).
Durante la festa di Era aveva luogo nello Stadio una gara di corsa, riservata a giovani fanciulle che percorrevano un sesto della lunghezza dello “stadio”, cioè poco più di 30mt.
I Giochi Olimpici non coincidevano con le Heraia e si svolgevano ogni 4 anni completamente compiuti: ecco perché gli antichi li chiamavano quinquennali.
Parecchi mesi prima cominciavano i preparativi. Gli araldi si recavano nelle diverse città greche, nelle metropoli e nelle colonie, per annunciare l’epoca dei Giochi e per proclamare la tregua sacra. In tal modo una grande folla si preparava per arrivare in tempo ad Olimpia per assistere ai Giochi e per ammirare con l’occasione i monumenti dell’Altis.
Un mese prima dell’inizio dei Giochi arrivavano ad Olimpia gli atleti e i cavalli. Questo periodo di tempo era necessario per provare innanzitutto le qualità atletiche in presenza degli Ellanodici, nel ginnasio di Elis.
……..
La ricchezza non era una qualità richiesta per partecipare ai Giochi ma si comprende facilmente che le forti spese che si dovevano sostenere per gli allenamenti, le spese di viaggio e soggiorno ad Olimpia, aggiunte al banchetto che il vincitore doveva offrire in seguito ai suoi cittadini, abbia richiesto una certa agiatezza. La ricchezza era soprattutto obbligata per quelli che dovevano sostenere spese considerevoli per i concorsi ippici.
…….
Qualche giorno prima dei Giochi, gli Ellanodici e gli atleti si recavano da Elis ad olimpia. Il corteo splendido arrivava per la Via Sacra nei pressi di Pyrgos. Gli elleno dici eletti erano seguiti dai funzionari preposti a mantenere l’ordine durante la celebrazione dei Giochi olimpici; in testa a questi ultimi erano gli Aliti, il cui capo si chiamava Alitarco. Venivano subito dopo gli atleti dei Giochi ginnici, i conduttori di carri e i domatori di questi corsieri che dovevano attraversare l’arena dell’Ippodromo olimpico. I maestri degli atleti, i genitori, i loro concittadini, gli spettatori di ogni altra contrada ellenica si portavano in questo giorno nel recinto sacro,per assistere allo splendido spettacolo dell’arrivo di questo corteo, che per essi era un preludio delle emozioni dei Giochi Olimpici.
La folla si portava ad Olimpia percorrendo le sei diverse strade che sboccavano a Pisa; queste strade erano ingombrate da carri e da bestie da soma che trasportavano gli spettatori ed i mercanti; infine l’Alfeo si riempiva di imbarcazioni e di zattere che trasportavano nella vallata sacra coloro che erano arrivati per mare all’imboccatura del fiume.
Il resto della folla era accampata sotto le tende o all’aperto, dentro o fuori dal recinto di Altis. Questa agitazione, queste tende di forme e colori diversi contribuivano a dare ad Olimpia il carattere di una fiera commerciale, mentre gli oggetti d’arte da vendere davano l’aspetto di una Galleria di Belle arti.
Così arrivava il giorno tanto desiderato dell’inizio dei Giochi. In tempi antichi venivano celebrati in un sol giorno, cosa che divenne in seguito irrealizzabile, al punto che nel 472 a.C. il pancrazio durò fino ad un ora avanzata della notte a causa della durata dei concorsi ippici e di quelli di pentathlon; fu quindi deciso che la durata doveva essere di cinque giorni. ”




Abbiamo diverse fonti che ci parlano della cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici, della processione iniziale e del giuramento. Scegliamo e leggiamo alcune di esse e se ci rendiamo conto che molte procedure fanno indubbiamente parte di altre epoche, culture e mentalità, tuttavia in alcuni passi che descrivono uno spaccato sociale ci sembrerà quasi di assistere a situazioni attuali.



“ Il grande tempio di Giove Olimpico e tutti gli altri Santuari e templi della cinta sacra, ornati di festoni e di ghirlande, arrossate secondo i riti dal sangue delle vittime, annunciano che siamo all’undicesimo giorno del mese hécatombaion (luglio).
Si intravede lontana una processione alla testa della quale camminano i magistrati della città, i tre Théocoles, gli Spondophores, i Divini e tutta la gerarchia sacerdotale; quindi gli Ellanodici, tutti vestiti di magnifici abiti e di tutte le insegne della loro dignità. Vengono poi i Prosseni, gli ambasciatori delegati delle città.
Tutto questo corteo si dirige verso il grande altare di Giove Olimpico, situato davanti alla cinta sacra di Pelope, tra il tempio di Giove e quello di Metroon.
Una folla immensa, con tanti fiori, segue in raccoglimento questa imponente cerimonia. Il grande sacerdote sale al sommo dell’altare, per offrire con solennità dei propri sacrifici.
A questa cerimonia segue una solenne processione nell’Altis, attraverso i viali di platani ove sono disposti in una piacevole confusione degli altari, delle statue in marmo e in bronzo e dei monumenti di superba architettura. Canti e sirene accompagnati da diversi strumenti risuonano nel silenzio della notte e l’inebriante odore dell’incenso e dei profumi riempie l’animo di una dolce malinconia mista a soddisfazione
Mentre la processione avanza lentamente sotto il chiaro di luna, si va verso lo stadio per sceglierci in tempo un posto avanti, al fine di poter godere di più lo spettacolo dei Giochi che cominceranno prima del levar del sole.
Una folla si è già sistemata nei migliori posti dello Stadio, si agita, parla, gesticola e diffonde attorno gioia e cordialità. Tutti i dialetti, tutti gli idiomi, tutte le età, tutte le città, tutte le rivalità si confondono, si mescolano e fraternizzano. Tutti sono venuti da ogni angolo del globo (allora conosciuto – n.d.r.) per adorare su questa terra sacra il grande Zeus, il Dio nazionale per eccellenza.
I barbari e gli schiavi potevano assistere ai Giochi e alle cerimonie religiose.“

…………………..

“Al levar del sole si vede lontano il corteo degli atleti allinearsi dietro i vestiti rossi degli ellanodici, che escono dal grande Ginnasio per recarsi al Senato per prestarvi il giuramento regolamentare. Là, al piede di una statua di Zeus Horkios e sulle membra fumanti di un cinghiale gli atleti prendono il Dio a testimone che si sono allenati per dieci mesi e promettono nello stesso tempo di non far uso di inganni. I genitori e i loro amici fanno lo stesso giuramento.
Terminata questa cerimonia, tutti si raccolgono in un’attesa solenne: gli uni, convinti di andare allo Stadio, indirizzano passando una preghiera a Zeus, poi si incamminano nelle logge dello Stadio che sono state loro destinate e si spogliano, calzano degli stivaletti, si fanno ungere e massaggiare per dare forza ai muscoli.
Il presidente dei giochi e gli Ellanodici prendono i loro posti e un araldo annuncia che gli stadi dromi vanno a gareggiare. “


(tratto da “Le panorama illustré des Jeux Olimpiques” di G. Spyridis – 1969, pagg. 22 e 25).




Nei testi sottostanti, tratti da “Le Jeux Olimpiques” di Monique Berlioz, del 1956 e corrispondenti alle pagg. 13 e 20, abbiamo una descrizione sia della cerimonia di apertura sia di quella di chiusura.



“ La processione olimpica inizia: con vestiti scarlatti gli Ellanodici aprono il corteo. Sono i dieci magistrati scelti nell’Elis, la città che regna in assoluto sui Giochi Olimpici. Il compito degli Ellanodici è pesante.
Dopo aver selezionato gli atleti, essi devono regolare lo svolgimento delle feste e dei concorsi, vigilare per l’ordine nello Stadio e tra il pubblico. Sono infine gli arbitri sovrani dei Giochi.
Sfilano quindi gli atleti, i carri, i professori, gli allenatori, i delegati delle città e dei diversi Stati greci.
Gli atleti si avvicinano alla statua di Zeus, si prostrano ai piedi del Dio degli Dei, poi si dirigono verso il Bouleuterion, dove uno dietro l’altro giurano davanti agli ellanodici di combattere con lealtà.
La cerimonia è finita. Prima di sera gli ellanodici sorteggiano le serie delle prove eliminatorie della corsa veloce, classificano le coppie dei lottatori, assegnano ai carri i loro colori.
L’unica donna che può assistere ai Giochi è la sacerdotessa Demetra, dea della fecondità.”
…………..”

“ Il quinto giorno dei Giochi è l’apoteosi. Nel tempio di Giove gli ellanodici mettono le corone di olivo sulla fronte dei vincitori e consegnano loro un ramo di palma, come simbolo di vittoria.
Dopo l’incoronazione dell’ultimo olimpionico, gli ellanodici lasciano liberi i piccioni viaggiatori: è uno sbattimento di ali, di grida ed il cielo è invaso improvvisamente di questi frementi volatili che si spargono per l’intera Grecia
La città di appartenenza degli olimpionici si accingeranno a preparare in allegria un trionfale ritorno ai loro ormai illustri figli. Così, in questa quinta sera, gli eroi del giorno partecipano con parecchi amici ad una festa. Pittori, poeti e scultori, venuti ad Olimpia per curiosità o per far conoscere le loro opere, si felicitano con i vincitori, improvvisano canzoni e recitano le immortali Odi di Pindaro.
Pindaro, l’appassionato geniale aedo dei Giochi Olimpici, che esaltò lo sforzo fisico nei suoi più bei canti. Il fervore che il popolo ellenico aveva per lui era tale che, dopo la sua morte, il seggio sul quale tante volte aveva preso posto a Olimpia, fu installato nel tempio, tra le statue degli Dei. ”


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busto di Pindaro

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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Ven Apr 12, 2013 10:27 am




Presenze e spettatori alle Olimpiadi dell'antichità


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Abbiamo visto, nei post precedenti, come gli antichi Giochi Olimpici si propagarono per fama e prestigio, divenendo in breve volgere di tempo quello che oggi potremmo considerare un “cult”, un evento, qualcosa da non perdere e da cui assolutamente non prescindere.
La sacralità che permeava le loro origini ed il loro significato, l’alone leggendario che le circondava, l’importanza che a quel tempo veniva rivolta al culto del fisico diedero alle Olimpiadi un’importanza quasi senza pari tra le manifestazioni in tempo di pace.
Essere atleta ed esprimere le proprie potenzialità fisiche, temperamentali e di coraggio era un viatico sicuro verso la fama ed il successo, una garanzia per la nazione o il paese che veniva rappresentato e che poteva esser sicuro che quell’uomo si sarebbe distinto e avrebbe difeso strenuamente la patria qualora si fosse reso necessario; infine un’autentica espressione di spiritualità e di ringraziamento nei confronti della divinità.
Non soltanto gli atleti più celebri volevano cimentarsi nelle prove olimpiche ma pure i giovani per cercare di mettersi in mostra, uomini già illustri per dimostrare il loro valore a tutto campo ed accrescere la propria notorietà, infine scrittori, poeti, filosofi volevano assistervi, esser presenti, farsi vedere e, entro certi limiti, partecipare sia pur indirettamente, con un’ode, un’opera d’arte figurativa, un canto un discorso.
Come si evince dai brani che seguono, tutti bramavano recarsi ad Olimpia in occasione dei Giochi, farsi notare e dare supporto, lasciare una traccia che testimoniasse nel tempo il loro passaggio oppure soltanto assistere, incitare, ammirare ed immergersi nella magica atmosfera dell’agone sportivo.


“ Tutti in Olimpia vengono almeno una volta nella loro vita: i più piccoli come i più grandi, i più sciocchi come i più savi. Artisti, letterati, filosofi vi vengono a far mostra del proprio genio e della propria dottrina; monarchi, principi e ricchi della loro potenza e del loro fasto; atleti e ginnasti della loro forza ed eletti garzoni per i quali è indetto un concorso di bellezza.
Socrate vi è venuto a piedi e a chi gli diceva che il viaggio era lungo rispondeva: se riunisci le passeggiate abituali che in 5 o 6 giorni fai nella tua casa o nella tua città arriverai senza disagio ad Olimpia.
Pitagora e Platone li avresti immaginato ai primi ranghi dello Stadio, dove da giovani avevano meritato corone? Temistocle, fatto segno agli sguardi di tutti, folleggia d’orgoglio. Alcibiade vi prova possibile quello che Ateneo dice di Socrate e, già glorioso, vi da un banchetto che resterà memorabile in tutta la Grecia e che solamente Nerone potrà per sontuosità superare. Erodoto vi ha acquistato rinomanza leggendo le sue Storie che qui ebbero il nome dalle Muse. Gorgia, Isocrate, Lisia e Demostene vi hanno declamato le loro orazioni.
Dei poeti vi basti ricordare Simonide e Pindaro, che qui cantò e forse anche improvvisò le sue Odi. ”


(tratto da “I Giochi Olimpici” di Ulisse Di Nunzio, 1906).



busto di Temistocle, generale vincitore nella battaglia di Salamina
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Nel corpo del brano sotto riportato, ci viene persino data notizia di una protesta sociale individuale, conclusasi tragicamente, che utilizzò il palcoscenico di Olimpia, come oggi spesso avviene per altre importanti manifestazioni internazionali.


“ Gli elogi degli olimpionici, che furono l’orgoglio della città e che per la loro gloria si avvicinavano agli onori degli eroi, hanno portato alla creazione di un particolare genere di lirica corale, i cosiddetti epinicia, cantati spesso in Olimpia dopo la vittoria dell’olimpionico.
I poeti autori degli epinici, come Simonide (556-468 a.C.), Pindaro (518-428 a.C.), Bacchilide ( V-IV sec. A.C.) hanno raggiunto le vette dell’arte in questo genere letterario.
I Giochi Olimpici rappresentavano un luogo di appuntamento per tutta l’Ellade. Tutti i più illustri rappresentanti della letteratura, dell’arte e del pensiero greco venivano ad Olimpia per fare ammirare i lampi del proprio genio.
Le cronache di Olimpia registrano la presenza di illustri filosofi, sofisti ed artisti.
Si sa che ad Olimpia si recò Talete, uno dei primi filosofi greci, che proprio ad Olimpia morì per un’insolazione, poiché il rituale vietava di coprirsi il capo ed alcune gare, come il pugilato, si svolgevano proprio a mezzogiorno.
Ad Olimpia fu anche un altro filosofo dell’età arcaica, Chilone, ed anch’egli trovò la morte in questo luogo, colpito da un collasso per l’emozione, dopo la vittoria conseguita dal proprio figlio.
E’ nota in olimpia la presenza di Platone ed Aristotele.
A Luciano, scrittore del II sec. (123-190) che cinque volte si recò ad Olimpia, dobbiamo una serie di descrizioni di olimpia stessa al tempo della sua rinascita; in uno dei suoi scritti, Luciano descrive la morte del girovago Peregrino (da cui peregrinare – n.d.r.durante i Giochi Olimpici di quel periodo: si trattava di un raduno generale dei greci appartenenti ai più diversi strati sociali e Peregrino, che si suicidò bruciandosi sul rogo, scelse per questo suo atto di protesta proprio Olimpia, per trovarsi di fronte agli occhi di tutta l’Ellade.
Ad Olimpia furono presenti anche gli storici: Erodoto lesse (489-425 a.C.), come ci narra sempre Luciano, le parti delle sue Storie che descrivevano le lotte dei Greci contro i Persiani.
Oltre alla poesia degli epinici, un’altra branca dell’arte che celebrava la gloria degli olimpionici fu la scultura. Ogni olimpionico aveva il diritto di porre la sua statua con iscrizione e, dopo tre vittorie, poteva anche far ritrarre il proprio volto in questa statua.
Tutti i più illustri scultori greci offrirono il proprio talento e la propria arte per celebrare i vincitori delle Olimpiadi.
……………………………………………………………
Euripide e Platone non si tennero lontani dall’attività agonistica, ponendosi in luce con i successi ottenuti anche in questo campo. I biografi di Platone riferiscono che il filosofo prese parte alle gare di lotta e di pugilato dei Giochi Istmici e Pitici. Anche Euripide, uno dei più grandi tragici greci, avrebbe riportato vittorie nel pugilato nei Giochi di Atene e nella lotta ad Eleusi. “


(tratto da “Agoni ginnici” di Bonislaw Bilinski” , 1979).



Talete di Mileto
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Con il trascorrere del tempo sorsero problemi simili a quelli dei giorni nostri: alcuni più gravi, a livello politico, comportando la perdita di taluni primitivi valori ed altri scontati, a livello pratico, come la penuria di alloggi per chi si recava tardivamente sul posto.


“ …. Durante i Giochi Olimpia non è solo il convegno degli atleti più forti ma anche di coloro che più in alto si elevano nei cieli dello spirito. Dei sette savi della Grecia, due morirono presso le rive dell’Alfeo in occasione dei riti quadriennali: Talete, vinto dal caldo e dagli anni; Chilone, schiantato dall’emozione – lui, il savio che aveva lasciato all’umanità il monito ^conosci te stesso^ -nell’attimo in cui abbracciava il figlio, vincitore nel pugilato.
Quale altro nome può citarsi, tra gli spettatori di Olimpia, che meglio esprima il valore anche spirituale dei Giochi, se non quello di Socrate, recatosi egli pure, tra la commossa riverenza di tutto un popolo che da lui attendeva parole di verità e di vita, sulle rive dell’Alfeo, durante la celebrazione quadriennale?
Aulo Gellio riferisce esser stato Platone, uno dei più grandi pensatori dell’umanità, sempre orgoglioso della sua prima vittoria nella lotta ai Giochi Istmici.
Luciano ci fa sapere che in occasione della 236^ Olimpiade (165 a.C.) non era possibile trovare un posto per alloggiare in Olimpia. Tuttavia gli spettatori non erano più gli stessi di una volta o almeno non li avvolge più lo stesso mistico alone di altri tempi, quando Roma non aveva ancora imposto il culto dei suoi imperatori divinizzati e tutto, attorno allo Stadio e all’Ippodromo olimpico, evocava presenti al rito numi ed eroi. “


( tratto da “Olimpiadi” di Lando Ferretti, 1959).



Chilone di Sparta
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Le fonti che abbiamo ci forniscono informazioni relative pure alla presenza di spettatori facenti parte della gente comune, con le loro caratteristiche e le situazioni che ne scaturivano. In taluni passaggi sembra realmente di assistere al reportage di un concerto, un Grand Prix o una finale sportiva dei tempi attuali con uno spaccato della società umana così diversa eppure tanto simile nel trascorrere dei secoli..


“ Gli spettatori assistevano ai Giochi dai terrapieni, seduti o in piedi sul terreno. In massima parte i visitatori dormivano all’aperto o in tende e facevano assegnamento sui venditori ambulanti di cibi e bevande.
Non doveva essere facile controllare decine di migliaia di greci eccitati, ammassati in un’area relativamente ristretta. C’era un corpo ufficiali con uomini dotati di frusta che teneva l’ordine sia tra gli spettatori che tra gli atleti.
E’ possibile, secondo un calcolo moderno, che nello stadio potessero ammassarsi quarantamila persone. E’ inoltre da presumere che gli spettatori venissero in maggioranza dall’Elide e dalle regioni vicine, considerate le spese e le difficoltà che comportavano i viaggi nell’antichità.
Ai Giochi antichi la folla era partigiana, volubile ed eccitabile; in genere, accordava il suo favore al più debole. Lo spirito patriottico non prevaleva spontaneamente ma poteva essere fomentato. Non c’era neanche discriminazione sociale quando si presentavano competitori appartenenti a classi sociali inferiori.
Nonostante tutto lo snobismo di Pindaro o il rifiuto di Alcibiade - che dopo il 416 a.C. non volle più partecipare, sostenendo che i Giochi fossero stati inquinati dalla marmaglia – la politica sociale e l’opinione pubblica non erano affatto influenzate.
Ogni concorrente aveva gli stessi diritti formali e se vinceva poteva esigere lo stesso premio: ciò che contava era soltanto la sua abilità e la sua forza. “


( tratto da “ I Giochi Olimpici “ di Finley/ Pleket, 1980).



lo stratega e politico ateniese Alcibiade
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Gio Mag 16, 2013 8:13 am




IL PROGRAMMA di GARA dei GIOCHI


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(foto dal sito archeologico di Olimpia)


I primi programmi

Come in post precedenti, estrapolo brani dal testo “I Giochi Olimpici nell’antichità” di Lambros e Politis, che costituisce il Rapporto Ufficiale delle Olimpiadi di Atene 1896, le prime dell'era moderna.

pag. 16)
“ In tempi antichi i Giochi venivano celebrati in un solo giorno, cosa che nel tempo divenne irrealizzabile al punto che, nel 472 a.C., il pancrazio durò fino ad un’ora avanzata della notte, causa il protrarsi dei concorsi ippici e di quelli del pentathlon; quindi, fu deciso che la durata dei Giochi dovesse essere di 5 giorni. “

pag. 24)
“Nelle prime 13 Olimpiadi i Giochi consistevano nella sola corsa; nel 724 a.C., si aggiunse il diaulo o corsa doppia e quattro anni dopo il dolicos o corsa multipla (di resistenza – n.d.r.)
Nel 708 a.C. (diciottesima Olimpiade) furono introdotti il pentathlon e la lotta, nel 688 a.C. (23^ Olimpiade) il pugilato, nel 680 a.C. la corsa dei carri a quattro cavalli, nel 648 a.C. (33^ Olimpiade) comparve il pancrazio e infine nel 632 a.C. (37^ Olimpiade) furono inaugurate le palestrine dei fanciulli. A poco a poco furono introdotti altri Giochi e quelli dei fanciulli si generalizzarono.
I Giochi ippici si disputavano nell’Ippodromo, quelli della corsa insieme agli altri nello Stadio. Questi ultimi venivano chiamati sotto il termine generico di Giochi ginnici, poiché coloro che vi prendevano parte dovevano essere nudi, dal greco gymnos (nudo).
All’inizio i corridori si coprivano con la fascia attorno ai reni (perizoma) ma, a cominciare dalla 15^ olimpiade, questa abitudine fu abolita a causa del disturbo che recava agli atleti.
Nel 396 a.C., ai primi giochi ginnici e ippici, furono aggiunti i concorsi di tromba e declamazione e si concesse agli araldi vincitori non soltanto una corona ma anche il privilegio di proclamare gli altri vincitori. “


pag. 25)
“Dall’alba del primo giorno la folla si porta nell’Altis per assistere ai sacrifici dei tori, che erano immolati sull’altare del padre degli dei e ciò rappresentava l’inizio dei Giochi Olimpici.
Questo sacrificio era seguito da quello delle vittime immolate dai Théores delle diverse città elleniche. Costoro, vestiti di ricchi ornamenti, facevano uso per questi sacrifici di preziosi vasi sacri e di incensieri, che erano stati loro offerti dai concittadini.
………………………………………………………
Nel secondo giorno cominciavano i Giochi propriamente detti. Questa giornata era consacrata alle gare dei fanciulli, preambolo delle gare degli uomini che avevano luogo nei due giorni seguenti.
Per molto tempo le gare per i fanciulli – importanti quanto quelle degli adulti – consistevano nella corsa e la lotta, istituite l’una e l’altra nel 623 a.C.; il pugilato fu introdotto per essi nel 616 a.C.
I fanciulli percorrevano nella corsa metà dello stadio. Più di 400 anni dopo – e cioè verso il 200 a.C. – si permise ai fanciulli di prendere parte al pancrazio, prova molto più difficile, nella quale il pugilato era combinato con la lotta.
Nel 628 a.C. fu introdotto il pentathlon ma non ebbe luogo che una sola volta e, forse, per gelosia degli Elei, a seguito della vittoria riportata da un fanciullo nella Laconia, chiamato Eutélide.
Nel terzo giorno cominciavano le gare degli uomini maturi…………………………………”



lo stadio di Olimpia
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In realtà, non è chiaro se i programmi siano stati sempre rispettati ed al riguardo le fonti che trattano tale aspetto sembrano parzialmente discordanti.
Molti sottolineano l’origine leggendaria nel significato della durata dei Giochi; tuttavia è probabile che l’arco temporale di svolgimento delle gare e delle celebrazioni annesse sia stato modificato nel corso degli anni e delle edizioni, cercando poi di giustificarlo attribuendo ai numeri un valore escatologico.
Vediamo cosa ci raccontano in proposito altri testi.


Il programma generale dei Giochi

“ Secondo Pindaro l’Olimpiade durava cinque giorni e secondo Erodoto, storico del V secolo, i cinque giorni erano stati voluti da Ercole. Il giorno greco andava da tramonto a tramonto e in quei giorni avevano luogo sacrifici, gare e feste.
Non sappiamo quanti giorni fossero dedicati a Giove: alcuni dicono uno solo ma, con il passar degli anni, i vari sport furono distribuiti in più giornate.
Dopo la 77^ Olimpiade il pentathlon e la corsa a cavallo furono fissati per il giorno precedente a quello del sacrificio alla divinità.
La vera successione avrebbe dovuto consistere in sacrificio, Giochi, festa - come risulta da due Odi di Pindaro – mentre l’ordine delle gare è stabilito da un papiro di Oxirinco:
1) corsa dello stadio,
2) diaulos,
3) dolicos,
4) pentathlon,
5) lotta,
6) pugilato,
7) pancrazio,
8 ) corsa per ragazzi,
9) lotta per ragazzi,
10) pugilato per ragazzi,
11) corsa in armatura,
12) corsa dei cocchi,
13) corsa a cavallo.
Non è dato sapere con precisione quando e dove fossero incoronati i vincitori."



( tratto da “Sport e Giochi nell’antica Grecia” di E. Norman Gardiner, vol. I )



Pure per ciò che riguarda la successione delle gare, si ebbero sicuramente modifiche oltre che integrazioni da Olimpiade a Olimpiade, come del resto ci fa intendere il brano appena letto, dando all’elenco degli sport in programma un valore prettamente teorico e come in parte ci confermano i brani che seguono.


incontro di pugilato
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I sette giorni complessivi dei Giochi

“ Sette giorni duravano le feste che venivano celebrate nel mese sacro, dopo il solstizio d’estate, tra il cadere di giugno e la prima quindicina di luglio e finivano con il plenilunio.
Il primo e l’ultimo giorno erano consacrati a feste religiose, aprendo e chiudendo la gara con processioni e solenni sacrifici a Giove. Di mezzo, i 5 giorni dedicati alle gare.
…………………
Primo giorno: si svolgono cerimonie ufficiali, fumano gli altari di Giove, intorno tutta la folla silenziosa e orante. S’invoca la protezione del Dio sulle gare: A Jove principium!
Ecco i giudici, ellanodici, dai dieci a dodici scelti tra i cittadini dell’Elide, vestiti di porpora e coronati d’alloro, entrare nello Stadio precedendo gli agonisti e salire sopra seggi elevati di fronte a tutti.
L’araldo con uno squillo di tromba da il segnale dell’inizio: un altro araldo fa compiere a ciascun concorrente il giro dello Stadio, proclamandone il nome e la patria.
Indi, estratta da ciascuno la sorte da un’urna d’argento sacra a Zeus, i gareggianti sono posti di fronte; comincia la gara e l’accompagnano suonatori di tibie.
Si inizia la corsa semplice. I corridori, in squadre di quattro, superano rapidamente la lunghezza di 200 metri che li separa dalla meta, così sino a quando giunge l’emozionante prova finale dei vincitori delle gare parziali.
Segue la corsa doppia che si protrae sino a tardi e la sera si celebrano i vincitori.
Secondo e terzo giorno: si disputano gli esercizi di pentathlon, il salto, il getto del disco, il lancio del giavellotto, la corsa (di resistenza), la lotta.
Quarto giorno: riservato ai giovinetti che si addestravano nella corsa, nella lotta, nel pugilato e la folla ammirava così le giovani generazioni che si preparavano ai futuri destini. La giornata era chiusa dagli adulti nella lotta armata.
Quinto giorno: il programma splendido e sfarzoso prevedeva la corsa con i cavalli, con le bighe e le quadrighe nell’Ippodromo accanto allo Stadio.
Terminata la gara, il vincitore veniva proclamato e condotto davanti ai giudici; riceveva una ghirlanda di olivo sacro ed un ramo di palma nella mano destra, mentre un araldo con squilli di tromba lo segnalava al pubblico ed il suo nome veniva proclamato insieme a quello del padre, della sua città e talora della sua stirpe. Nessun altro onore si sarebbe potuto paragonare a quello conquistato dal campione olimpico: il suo nome era inciso nell’Altis sacra e qui gli veniva eretta una statua.
Nell’ultimo giorno, il settimo, le feste si chiudevano con una solenne processione. Vi partecipavano, tra i primi, i vincitori delle gare, i magistrati, i rappresentanti delle città greche, schiere di sacerdoti; si procedeva sino all’altare di Giove, dove si celebrava il sacrificio solenne con offerta di vittime in gran numero al Dio. Indi, nel tempio, il capo degli ellanodici incoronava i vincitori.
La sera vi era nel Pritanéo il grande banchetto offerto dai magistrati ai vincitori, ai loro amici ed alle rappresentanze. Lì erano cantati gli epinici, gli inni della vittoria, da celebri cantori: tra tutti Pindaro, che immortalò il nome del siracusano Jerone, vincitore in parecchie Olimpiadi.
……………………….. "


(tratto da “Storia degli sport” di Andrea Franzoni, 1933).



“ Ad Olimpia la corsa dei carri era la gara d’apertura, dopo il primo giorno dedicato ai preparativi ed al culto. La corsa olimpica dei cavalli si svolgeva nell’Ippodromo, subito dopo quella dei carri, sullo stesso percorso.
Il pomeriggio del secondo giorno era destinato al pentathlon (comprendente dunque cinque specialità - n.d.r.), che si svolgeva nello stadio con la probabile eccezione della parte concernente la lotta.
Il terzo giorno della festa coincideva con il plenilunio. La mattina era occupata da vari riti dei magistrati, fino a raggiungere l’altare di Zeus. In testa marciavano i giudici, seguivano ricchi doni al Dio patrono, gli atleti, i loro familiari ed allenatori.
Arrivati all’altare assistevano all’atto finale: cento buoi erano uccisi su di una grande piattaforma e le loro cosce bruciate sul tumulo di ceneri accumulatesi sopra e mai rimosse, poiché sacre al Dio. Pausania riferisce che ai suoi tempi il tumulo era alto mt. 6,5. Il resto della carne era trasportato alla casa dei magistrati, per essere consumato nel banchetto conclusivo.
Il pomeriggio era riservato alle tre gare dei giovani: la corsa dei 200 metri, la lotta e il pugilato. Ad olimpia si definiva giovane chiunque avesse compiuto 12 anni e non avesse ancora raggiunto i 18.
La mattina dell’ultimo giorno di gara era interamente occupata dalle tre corse di 200 metri, 400 metri e gara di fondo (4.880 mt.).
Infine, l’ultimo pomeriggio arrivavano la lotta, il pugilato e il pancrazio. I tre sport erano brutali e violenti. Non c’erano limiti di tempo ne categorie di peso e neppure Zeus Olimpo assistè senza tremare – scrive un epigrammista – quando Nicofonte vinse l’incontro di pugilato (l’8 a.C.).
………………………


una scena di pancrazio
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Dopo la lotta e il pugilato, il programma continuava con il pancrazio: un misto di lotta, arti marziali e pugilato, ove i contendenti si scambiavano pugni, schiaffi e calci; lottavano gran parte del tempo per terra, si mordevano e tiravano persino gli occhi, sia pur contro regolamento, finchè uno si arrendeva battendo la mano sulla schiena o sulla spalla del vincitore.
Prima della chiusura dei Giochi restava una sola gara: la corsa dei 400 metri con l’armatura. Uno scrittore di tarda epoca sosteneva che essa si tenesse per ultima allo scopo di segnare la fine della tregua olimpica ma pare sia una spiegazione con scarso fondamento storico.
Tale gara rimase nel programma olimpico dall’anno in cui fu introdotta sino alla fine”.


( tratto da “I Giochi Olimpici” di Finley - Pleket, 1980 ).

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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Ven Ago 09, 2013 2:19 pm



ONORI e PREMI ai GIOCHI




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Il momento delle premiazioni, già all’epoca, costituiva uno dei momenti salienti dei Giochi, perché il premio rappresentava più cose insieme: una meta ambita, un traguardo raggiunto, un simbolo del valore dell’atleta, un riconoscimento di cui essere orgoglioso, talvolta un posto nella storia e il mezzo per ottenere vantaggi e prebende.
Sulla questione si dilunga in maniera molto circostanziata ed esplicativa il testo che segue, che vi lascio pertanto in forma quasi integrale.

La premiazione dei vincitori doveva costituire uno dei momenti più interessanti per l’atleta. Gli amici del vincitore, durante il corteo trionfale la notte successiva alla vittoria, intonavano il Kallinikos (che in greco indica colui che ha riportato una bella vittoria), cioè un breve inno in onore di Eracle, che pare venisse scandito e ripetuto tre volte.
Che l’atleta vincitore venisse considerato quasi un Dio lo testimonia anche una particolare onorificenza che gli veniva concessa: la mitra. Si trattava di una benda di lana con la quale poteva cingersi il capo o annodarla al capo o alla coscia. Le bende  potevano anche essere più di una ed il vincitore era inoltre onorato con una corona che, a seconda della località, era intrecciata con fronde di varie piante.
Ad olimpia si usava l’olio selvatico, che un fanciullo non orfano tagliava con un falcetto d’oro dall’albero sacro e che il primo degli ellanodici poneva sul capo del vincitore.
Il primo atleta ad essere incoronato fu Daicles di Messenia, vincitore nello stadio alla 7^ Olimpiade (752 a.C.) …………..
Fin dai giochi più antichi, descritti da Omero nell’Iliade, ai vincitori delle gare venivano dati premi in valore. Nei Giochi funebri in onore di Patroclo, sotto le mura di Troia, vennero offerti ai vincitori cavalli, muli, bovi, tripodi, vasi e ancelle dalle belle cinture.
L’onorificenza più ambita era costituita dall’erezione di una statua che ricordava la vittoria, sia nella sede dei Giochi in cui era stata conseguita, sia nella città natale del vincitore.  Probabilmente una delle prime statue erette a commemorazione di una vittoria fu quella offerta nel 544 a.C. al pugile Prassidana, scolpita in legno di cipresso.
L’elenco delle imprese sportive di un atleta veniva spesso inciso sul basamento della statua che l’atleta innalzava in ringraziamento alla divinità. Scolpirono statue di atleti grandi artisti quali Mirone, Prassitele, Policleto, Pitagora di Reggio.
I vincitori venivano talvolta onorati con la coniazione di monete commemorative.
Al suo ritorno nella città di origine, l’atleta vittorioso veniva accolto trionfalmente. Exainetos di Agrigento, vincitore dello stadio alla 52^ olimpiade del 412 a.C., entrò in città su di una quadriga con un corteggio di 300 bighe tratte da cavalli bianchi. Si giunse persino ad abbattere tratti di mura perché il corteo potesse transitare agevolmente.  
Ad Atene il vincitore acquistava il diritto di mangiare gratuitamente nella sede municipale per tutto il resto della vita.
Chi poteva permetterselo commissionava ai poeti più celebri del momento carmini che immortalassero le proprie azioni vittoriose. Questi componimenti prendevano il nome di epinici (epì=sopra e nike=vittoria, cioè per la vittoria). Ci restano epinici di grandissimi poeti come Simonide, Bacchilide e soprattutto Pindaro, che inoltre musicava i suoi carmi che venivano intonati da cori modulati al suono del flauto e della lira ed erano accompagnati da danze. Sembra che Simonide e Pindaro chiedessero per compenso somme in denaro non indifferenti per tali componimenti; Pindaro addirittura tremila dracme.”


(tratto da “ Homo ludens “ di Marco Fittà e Dante Padoan – 1988)



Vediamo ora qualcosa in particolare in ordine alle cerimonie di premiazione ed ai momenti immediatamente successivi ad esse ed alla fine dei Giochi. Nei brani che seguono taluni passi offrono descrizioni con indubbie implicazioni psicologiche.


… La marcia trionfale dei vincitori si apre con gli Ellanodici, gli agoneti, i sacerdoti e, in generale, da tutti i magistrati di Olimpia, vestiti magnificamente con indosso particolari insegne. Di etro di loro seguono in ordine i vincitori vestiti con i più bei abiti e recanti in mano la palma. Sfilano lentamente ed a suon di musica, gli uni a piedi e gli altri sopra a dei superbi carri ornati di fiori o seduti su bei cavalli e puledri bardati d’oro.
Il corteo si dirige verso lo Stadio, ove il pubblico ha preso posto, mentre i vincitori si piazzano in mezzo al campo, non lontano dalla presidenza. Il rumore e tumulto che regnano nello Stadio cessa improvvisamente alla vista di un uomo che, incoronato dall’olivo sacro, avanza di qualche passo e si ferma nel mezzo, tenendo in mano la lista di tutti i vincitori: è l’araldo che vinto nei Giochi ed a lui incombe il compito di proclamare i nomi dei vincitori.
Nel più profondo silenzio egli pronuncia ad alta voce il nome di quello che ha vinto la corsa dell’”Stadio”: questo felice mortale darà il suo nome all’Olimpiade. Alla vista della corona l’entusiasmo del popolo non si contiene più, da tutte le parti arrivano ovazioni e grida, gli occhi degli spettatori si riempiono di lacrime di gioia, mentre le fanfare suonano l’inno consacrato…
Vengono di seguito altri olimpionici che sfilano in ordine davanti al Presidente ma la gloria del vincitore sarà consacrata dal momento che gli ellanodici avranno fatto iscrivere i loro nomi al Ginnasio, sulla lista destinata a perpetuare il ricordo del loro trionfo e della loro gloria.
Dopo la distribuzione dei premi, lo spettacolo prende un aspetto più solenne; il corteo si riforma preceduto questa volta dalle statue degli Dei portate in gran pompa. I vincitori, con la corona in testa, seguono la processione accompagnata da tutte le autorità civili e religiose, dagli ospiti pubblici, dai deputati delle nazioni. Tutti discendono verso l’Altis.
Dall’entrata nel recinto sacro un gruppo di cantori intona, al segnale dato, le strofe dell’inno composto da Archiloco de Paros in onore di Ercole. Alla fine di ogni strofa, gli assistenti, i sacerdoti, gli atleti ed i pellegrini ripetono in coro l’epode o il ritornello consacrato alla glorificazione di Ercole e del suo compagno Iolaos; in tutta Olimpia si odono le voci dei 60.000 cantori.
Il corteo giunge davanti all’altare dei 12 Dei e in un silenzio profondo il Theocolo, levando le mani al cielo, indirizza a Zeus una preghiera ed invoca la protezione del Dio su ogni razza ellenica.
I vincitori offrono sacrifici ed immolano animali, i cui resti in seguito sono portati all’altare per essere consumati con del pioppo bianco.
In questa cerimonia i ragazzi sono accompagnati dai loro genitori, amici e compatrioti che, con le lacrime agli occhi, li abbracciano felicitandosi.
La processione si ricompone e si dirige verso il Prytamneo, dove gli elleni hanno fatto preparare un grande banchetto, cui sono invitati tutti i privilegiati di Olimpia,.
Da questo momento la festa di Olympia è ufficialmente chiusa, normalmente però si prolunga per più giorni per la generosità dei trionfatori che, a loro volta, invitano amici e compatrioti a festini durante i quali si suona e si danza. Alcibiade osò invitare tutti i pellegrini ed anche gli animali. Per questo gigantesco pasto tutta la Grecia si mosse e molte città vollero contribuire: Lesbos fornì il vino, Chios il pasto ai cavalli ed ai muli, Efeso tende di lusso per invitati importanti. In tutto il mondo si benedì l’ospitalità con la quale aveva festeggiato la sua vittoria.


( tratto da “ Il panorama illustrato dei Giochi Olimpici “ di G. Spyridis – 1969 ).




Il tema del banchetto sopra ricordato assomiglia molto a quello che, in tempi moderni, è spesso previsto come cena o appunto banchetto di chiusura; talvolta una sorta di “terzo tempo” tra tutti i partecipanti ed è ricorrente nei festeggiamenti ufficiali e non solo privati dei vincitori.
Nell’antichità, tuttavia, l’organizzazione ed il significato delle libagioni post evento era molto più variegato. Vi erano essenzialmente tre diversi generi di banchetti: uno pagato dalle autorità, un altro d’iniziativa di parenti ed amici ed uno offerto dallo stesso vincitore che, se ricco, ricambiava i festeggiamenti.
Pare che ad uno di questi, offerto in onore di un giovane vincitore nella durissima lotta del pancrazio e descritto da Senofonte nel Convito, sia intervenuto Socrate con un brindisi rimasto celebre in onore della ginnastica:
" voglio fortificare la mia salute con l’esercizio, dare con essa un sapore più gradito al mio cibo e rendere più dolce il mio sonno”.
 


scultura raffigurante Socrate (museo del Louvre) 

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….Lo spettacolo più imponente del quinto giorno era l’incoronazione degli olimpionici, che si recavano tutti al Tempio di Giove portando in mano la palma che era stata consegnata loro subito dopo la vittoria. Nel Tempio e sul tavolo in oro e avorio cesellato da Colotes, allievo di Fidia, erano esposte le corone destinate a cingere la fronte dei vincitori. Un giovane, che doveva avere viventi i genitori, aveva tagliato con un falcetto d’oro dei lunghi rami di olivo sacro che si trovava dopo il tempio stesso e che era stato piantato, secondo la leggenda, da Heracles. Questi rami venivano intrecciati a forma di corone, le quali venivano date dagli ellanodici ad ogni vincitore, tra le acclamazioni del pubblico che inneggiava anche il nome del padre e della patria del vincitore.
Non esisteva un uomo più felice dell’Olimpionico, che diventava l’eroe del giorno, celebrato dai cori accompagnati dalla musica.
Il ritorno dell’Olimpionico nella sua patria era un vero trionfo. Entrava nella sua città natale da una breccia aperta nelle mura sopra un carro trainato da quattro cavalli bianchi; questo stava a significare che le mura erano inutili ad una città che aveva la gloria di annoverare cittadini in condizione di combattere e vincere. La popolazione usciva dalle case per andare incontro al vincitore. La corona veniva depositata nel tempio della divinità protettrice della città, come appartenente di diritto a quella città che aveva dato i natali al trionfatore.
Gli Olimpionici, secondo le vecchie usanze, erano nutriti dal Pritaneo, ottenevano la Presidenza dei Giochi locali, ricevevano un premio e infine davano il proprio nome ad una delle principali strade della città.
…………….



( tratto da “ I Giochi olimpici nell’antichità “ – rapp. uff.le  di Lambros e Politis per Atene ’96)                  


 
Aldilà dei festeggiamenti, comunque, gli onori ed i premi assegnati ai vincitori erano molteplici ed assumevano valori di alto simbolismo, oltre che pratico ed economico; spesso assicuravano fama e successo, riuscendo a cambiare le condizioni sociali del protagonista.
Molte sono le testimonianze in proposito, che richiamano aspetti diversi a seconda del contesto che si prefiggono di esaminare.


I premi riservati ai vincitori avevano soprattutto valore morale. Più tardi, sotto la dominazione romana ebbero anche un valore materiale, poiché consistevano in oggetti preziosi o monete.
Il vincitore proclamato dagli Ellanodici riceveva una corona o ghirlanda di olivo sacro, cioè olivo selvatico coltivato sull’Altis ed un ramo di palma che portava nella mano destra ed era segnalato al pubblico al suon di tromba. Se poi riusciva a vincere in tre gare ed a maggior ragione se in tutte le prove del pentathlon, non solo veniva proclamato olimpionico ma aveva diritto ad una statua nell’Altis, ai piedi della quale venivano incisi i nomi delle gare nelle quali aveva trionfato, il proprio nome e la data in cui aveva vinto.
Alcuni affermano che il ramo di palma fosse consegnato al termine della gara e l’incoronazione avvenisse nella solennità di chiusura di tutte le feste.
Secondo gli storici greci, sembra che nessun premio od onore si potesse paragonare al trionfo del campione di Olimpia………..



( tratto da “Storia dell’educazione fisica”  di Pietro Romano – 1923).




L’onore e la considerazione pubblica che accompagnavano il vincitore per tutta la vita erano immensi. Il suo nome, con quelli di suo padre e della sua città, proclamato dal banditore, andava glorioso sulle bocche di tutti.
Poiché la vittoria onorava pure grandemente la patria del vincitore, questa ne celebrava il ritorno con maggiore solennità ……..Ne l’onore finiva quel giorno. L’olimpionico ateniese riceveva dalla città, per legge di Solone, 500 dracme e aveva la mensa nel Pritaneo con i magistrati; lo spartano aveva diritto a stare in battaglia accanto al re e difenderlo; altrove erigevano al vincitore colonne onorarie; egli era immune dalle pubbliche imposizioni, aveva un posto d’onore nelle feste pubbliche e nei pubblici spettacoli. Insomma, una vittoria agonistica era sempre una gloria singolarmente ambita dai Greci, specialmente nei Giochi Olimpici ed era ritenuta felicità somma per un mortale. Si capisce perciò come tutto il fiore della Grecia dovesse aspirare a siffatto premio. Non solo i privati ma i re stessi l’ambivano: perciò, Ierone di Siracusa e Terone re di Agrigento, vincitori ad Olimpia ed a Pito, sono celebrati da Pindaro; più tardi, il più ambizioso degli ateniesi, Alcibiade e il più ambizioso degli uomini, Alessandro, aspirarono a quella palma e Nerone stesso, che cercava tutte le soddisfazioni più grandi, volle gustare anche questa e celebrò il suo trionfo agonistico con maggior pompa che mai si fosse vista prima nei trionfi militari……….
.”


( tratto da “Le Odi e frammenti di Pindaro” – traduzione con commento di G. Fraccaroli – 1933).





Nell’immaginario collettivo abbiamo, sin da bambini, l’idea della corona di ulivo che cinge la testa degli atleti ed essa costituiva senz’altro il premio simbolico più diffuso ma d’altronde non certo l’unico.


…Sul modello di Olimpia, la corona divenne forse il premio agonistico più diffuso: essa si differenzia secondo le varie piante da cui viene preparata.
Se ad Olimpia è di olivastro, a Delfi è di alloro, negli Istmi è di sedano fresco, nei Giochi di Nemea di pino. Questi i premi dei quattro grandi Giochi panellenici.
Altrove il premio non era una corona: poteva essere, ad esempio, un oggetto molto prezioso come un tripode di bronzo; ma il vincitore non lo teneva per se, bensì lo dedicava al Dio del culto ed infatti i tesori di certi templi, sedi di culti celebrati con feste agonistiche, rigurgitavano di questi tripodi consacrati. I premi erano anche armi, celebre lo scudo che si vinceva ad Argo; potevano consistere in una veste speciale, come la proverbiale Chlaina di Pellene.
Di particolare interesse sono i premi alimentari: nei grandi agoni di Eleusi, detti Eleusinia, il premio era un quantitativo d’orzo; negli agoni di Panathenaia al vincitore spettava dell’olio (un gran numero di anfore atto a contenerlo è stato ritrovato negli scavi) e ciò perché Atena possedeva nella propria città prediletta un certo numero di ulivi sacri, il cui prodotto non poteva sotto pena di morte essere utilizzato da profani; l’olio da essi ricavato serviva quindi come premio per i vincitori negli agoni della più grande festa che Atene dedicava alla propria Dea.



( tratto da “ I Greci e gli Dei” di Angelo Brelich – 1958).




statua di Atena
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A conclusione di questo capitolo dedicato agli onori ed i premi spettanti ai vincitori, voglio riportare un brano di gran lunga più breve dei precedenti, che penso però possa eloquentemente sintetizzare un significato di così alto valore sociale per il conferimento di una vittoria olimpica nella antica Grecia.

…Cicerone assicura che gli onori del trionfo a Roma non raggiungevano l’importanza che i greci attribuivano all’onore di chi riportava la corona olimpica.
Orazio dipinge questa vittoria giungendo al punto di affermare che la corona olimpica alzava il vincitore al di sopra della condizione umana: poiché questi non era ormai più un uomo ma un vero Dio
.”


( tratto da “ Torniamo all’antico” di Enrico Bertet – 1889).

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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Gio Ago 22, 2013 7:25 am

Bellissimo Tony, dovresti fare un ebook con questa cosa!!!! Mr. Profondosky e tanti altri lo leggerebbero volentieri!
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Mer Set 18, 2013 12:27 pm



Sacralità e simbologia nei Giochi


L’olivo era la pianta riservata per antonomasia ai vincitori.
“ Secondo la leggenda tramandataci da Pindaro nella sua terza Ode Olimpica, la pianta di olivo selvatico era stato piantato nell’Altis (il bosco di Olimpia) dallo stesso Eracle il quale, nello stabilire la legge, il tempo ed il recinto per celebrare i Giochi da lui stesso istituiti, aveva constatato con rammarico che in Val Cronion non esisteva pianta che fosse degna di poter coronare la fronte dei vincitori.
Allora si ricordò di aver visto l’oleastro nel paese degli Iperborei quando, per comando di Euristeo, vi era andato a dar la caccia alla cerva dalle corna d’oro e dagli zoccoli di bronzo. Tant’è che presto vi si recò di nuovo….
Osserva Pindaro che se Eracle nella sua prima impresa – quella della “fatica” – era stato spinto da necessità, nella seconda invece fu spronato dal suo stesso genio.
Stabilì dunque che i rametti di olivo fossero tagliati dall’albero sacro mediante un coltello d’oro….”

( tratto da “Storia delle Olimpiadi moderne” di Raniero Nicolai – 1952).    


Teodosio consegna in premio una corona di ulivo
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Sopra la facciata levigata di un disco di bronzo, conservato in Olimpia tra gli ex voto del tempio di Era, si trova inciso il seguente monito: “Olimpia è luogo sacro, chi oserà mettervi piede con la forza delle armi sarà punito con il marchio del sacrilegio”.
L’iscrizione si fa risalire all’886 a.c. e non è dato sapere se tale regola fu rispettata per il secolo successivo, ossia fino al 776 a.c. anno da cui, con la registrazione della vittoria del corridore Corebo, si fa iniziare oltre alla classica cronologia Olimpica anche l’era storica della Grecia antica.
Probabilmente la violazione avvenne una volta sola, durante il lungo millennio in cui si susseguirono l’una dopo l’altra le 293 Olimpiadi precedenti al severo Editto con cui Teodosio il Grande ne troncò bruscamente la serie.

Analizziamo ora quest'ultima importante circostanza, decisiva per la conclusione dei Giochi, prima di riallacciarci alla questione posta dall'iscrizione presente sullo scudo
Dovremmo collocare l’epilogo di cui cennato con la cosiddetta “Legge de paganis”, che secondo alcuni non sarebbe stata emanata nel 394, come vuole la storiografia più accreditata, ma due anni dopo.
La cosa non è di poco conto circa il movente di quanto avvenuto. Non avrebbe infatti credibilità la tesi che sostiene che l’editto medesimo, emanato genericamente contro le superstizioni pagane, sarebbe stato solo suggerito a Teodosio dal vescovo di Milano, Ambrogio.
In realtà, l’antefatto vuole che l’imperatore romano, per vendicare un proprio ufficiale che aveva perso la vita durante i moti di una protesta, aveva adunato il popolo in un circo ove un gruppo di pretoriani aveva poi compiuto una strage spietata, uccidendo quasi settemila spettatori.
A seguito di ciò, era stato fatto a Teodosio espresso divieto da parte del futuro S.Ambrogio di entrare nella basilica milanese fintanto che non dimostrasse d’essersi pentito di quanto era nelle proprie responsabilità.
Il grande Teodosio si umiliò dunque dinanzi al vescovo di Dio ed emanò una legge nella quale stabiliva non doversi eseguire alcuna pena capitale se non decorsi 30gg. dalla pubblicazione di una sentenza.


S.Ambrogio converte Teodosio il grande
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Non è certo però se questa legge – chiamata “De paganis” – si fosse poi diretta contro gli stessi Giochi olimpici (di natura religiosa pagana), sancendone di fatto la fine.
In tutto questo periodo – ovvero dall’886 a.c. fino alla promulgazione della rammentata legge De paganis – la tregua divina, cui fa riferimento l'iscrizione commentata in premessa, sarebbe stata violata con certezza nel 364 a.c., il primo anno della 104^ Olimpiade, durante la convulsa fase che seguì la “battaglia senza lacrime” e che precedette quella di Mantinea, nella cui occasione la morte del condottiero Epaminonda dimostrò quanto effimera fosse la presunta potenza di Tebe.  

( liberamente tratto da “ Palingenesi di Olimpia “ di Raniero Niccolai – 1944).



la morte di Epaminonda
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Ven Ott 11, 2013 8:39 am




Lo  Stadio




Nell’antichità erano sostanzialmente tre gli impianti sportivi, perlomeno di più classica concezione, adibiti allo svolgimento delle gare sportive e dei quali ritroviamo resti ed ampie fonti di informazione: il ginnasio o palestra, lo stadio e l’ippodromo.
Del primo, in cui si praticavano tra le altre le gare di lotta, si è già parlato nei primi post, mentre sull’ippodromo riservato alle corse con i cavalli e le bighe ci soffermeremo in seguito. Inutile però sottolineare come sia lo stadio - che tutt’oggi è il ritrovo principale per gli sport più diffusi nonché per concerti, esibizioni e svariate  manifestazioni di ogni genere - a sollecitare l’immaginazione collettiva al ricordo ed ai racconti di alcune delle più entusiasmanti vicende sportive del presente e del passato.
Il termine attuale, che ha dato il nome all’impianto sportivo comunemente utilizzato per incontri di calcio, gare di atletica leggera ed altre manifestazioni sportive e non, trae origine dal greco stadion, che era un'unità di misura corrispondente a meno di  200 metri. Con essa si effettuava la prima ed inizialmente unica gara degli antichi Giochi, ovvero quella di corsa stabilita appunto sulla distanza di uno “stadio”, che nel caso particolare dello stadio di Olimpia pare risultasse leggermente più lunga di quella standard (192 mt. in luogo di 182).
La pratica di standardizzare le piste da corsa ad una lunghezza di 180-200 metri fu poi seguita dai Romani. La capacità umana di sostenere la massima velocità è infatti ritenuta diminuire dopo circa 200 metri di sforzo; un fatto che può essere osservato anche nelle gare atletiche moderne, per cui le distanze successive sono considerate di velocità prolungata (400mt.), mezzofondo (principalmente 800 e 1500mt.) e fondo, sia pur con diverse sfumature e denominazioni dovute al progresso della scienza dell’allenamento ed alle migliorate capacità organiche del fisico umano.
Quello di Olimpia è senza dubbio il più antico stadio di cui ci sia giunta notizia ma in diverse altre città antiche sono stati rinvenuti resti di stadi greci e romani, tra cui possiamo citare lo stadio di Messene e quello di Domiziano a Roma.
Completamente modificati ma egualmente in parte ispirati ai criteri dell’antichità, sono stati costruiti alcuni stadi dell’epoca moderna tra cui lo Stadio "Panatenaico" di Atene (dal greco il significato letterale è "stadio di tutti gli Ateniesi"), in cui nel 1896 si svolsero i primi Giochi Olimpici dell’epoca moderna. Particolarmente in quest’ultimo, proprio perché ad Atene e perciò molto vicino ad Olimpia in termini spaziali, fa effetto scorgere alcune lontane similitudini con criteri ispiratrici di oltre 2 millenni precedenti, che tuttavia lo hanno reso moderno e funzionale alla fine del XIX secolo e, sia pur con rifacimenti di strutture e modifiche edilizie, ancora attuale più di un secolo dopo.  


 
Lo stadio Panathinaiko in Atene, già sede delle prime Olimpiadi dell'era moderna nel 1896, unico stadio al mondo costruito interamente con il marmo preso dal monte Pentelico
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Come accade spesso al giorno d’oggi con demolizioni e nuove costruzioni degli impianti sportivi cittadini, per l'adeguamento a modificate esigenze, anche nel lungo periodo che caratterizzò gli antichi Giochi Olimpici si sarebbero succeduti in Olimpia tre stadi, che per ragioni pratiche gli stessi archeologi e storici menzionano con l’ordinale romano di Stadio I, II e III.
Del più arcaico Stadio I, in auge per un periodo relativamente breve e dello Stadio II che lo ha sostituito si hanno soltanto notizie tramandateci dalle fonti storiche ma non si possiede praticamente alcun reperto e non sono pertanto visibili i resti.
Quello che tuttora è visitabile nell’itinerario archeologico dell’antica Olimpia è lo Stadio III, ovvero quello presumibilmente in funzione fino all’ultima edizione dei Giochi antichi.



“ Lo stadio di Olimpia, che riproduce una delle fasi più antiche nella storia dello stadio greco, pur se costruito in ambiente pianeggiante è caratterizzato dalla pista situata ad un livello più basso rispetto al terreno circostante.
La struttura dello stadio di Olimpia subì spostamenti piuttosto considerevoli nelle varie fasi di sviluppo: quello oggi visibile è indicato come III stadio di Olimpia e sembra appartenere al IV sec. A.C.
Da un rilievo altimetrico condotto sulla zona dello stadio, risulta che quello che viene definito come II stadio di Olimpia, datato V sec. A.C, era contornato da pendii di terra di entità assai minore rispetto al successivo.
La costruzione dello Stadio III accentua, con maggior opera di livellamento, il livello dei terrapieni laterali ai lati lunghi della pista. ”


(tratto da “Lo stadio di Epidauro” di Roberto Patrucco – 1976)



i resti dello Stadio III di Olimpia
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“ Lo stadio arcaico (Stadio I), ancora molto semplice e senza spalti, al livello inferiore si estendeva probabilmente lungo il terrazzo dei Tesori; il suo lato corto occidentale, dove c’era la linea di arrivo, dava sul grande altare di Zeus.
Alla fine del VI o agli inizi del V sec. A.C., lo stadio fu forse spostato leggermente verso est , con la pista situata però ad un livello inferiore e gli spalti dei lati lunghi più regolari (Stadio II).
Verso la metà del V se. A.C. , lo stadio venne nuovamente spostato di mt. 82 verso est e di mt. 7 verso nord ed il suo lato occidentale chiuso (Stadio III). Secondo scavi recenti lo Stadio III risale agli inizi del V sec. A.C. , mentre lo Stadio II apparteneva all’età arcaica.
La pista dello Stadio III aveva una lunghezza di mt. 212,54 ed una larghezza di mt. 28,50 circa; la distanza tra le linee di partenza e di arrivo è di mt. 192,28. Lo stadio poteva contenere 45.000 spettatori (un’enormità per l’epoca – n.d.r.) che sedevano direttamente per terra. “


( tratto da “Olimpia: guida del Museo e del Santuario” di  A. e N. Yalouris – 1987)



l'austero e suggestivo antico stadio di Messene
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“ La maggior parte degli stadi in Grecia – racconta Pausania – era provvista di rialzi artificiali. Dopo un periodo relativamente assai lungo, furono costruiti dei posti a sedere in pietra, circondati da mura e colonnati.
La lunghezza della pista era appunto di uno “stadio” ovvero 600 piedi (ca. 182 mt.) ma, poiché l’unità di misura non era uguale dappertutto, la lunghezza dello “stadio” variava da luogo a luogo.
Il più semplice degli stadi greci fu quello di Olimpia. Il terreno ai piedi della collina di Crono era livellato a forma di parallelogramma, lungo ca. 212 mt. e largo in media 23.
Questo parallelogramma era delimitato da una serie di lastre di pietra: circa 1 metro all’interno correva un canale scoperto  che si apriva ad intervalli regolari in vasche anch’esse di pietra. Tale canale, alimentato da un condotto, forniva l’acqua di cui avevano bisogno gli atleti e gli spettatori, esposti come erano al sole cocente senza possibilità di riparo.
La pista per la corsa era circa 10 piedi (poco più di 3metri) sotto il livello dell’Altis.
Gli spettatori potevano prendere posto solo sui fianchi della collina di Crono e nella aperta pianura che, secondo i calcoli, poteva accogliere dalle 20.000 alle 30.000 persone.
Più tardi, probabilmente dopo la battaglia di Cheronea (338 a.C.) fu costruito, a circa 40 mt. dalla pista, un rialzo sul quale potevano trovare posto in piedi dai 40 ai 45.000 spettatori.
Per tutto il tempo in cui lo stadio fu operativo non ci furono posti a sedere. Questi ultimi, forse in legno, erano riservati a pochi privilegiati ufficiali di gara, mentre gli spettatori restavano in piedi o seduti a terra.
La scoperta più interessante di Olimpia fu quella della linea di partenza e di arrivo delle corse. Queste linee consistevano in lastre di pietra larghe 18 pollici (poco più di 20 cm.) e si estendevano per quasi tutta la larghezza della pista. Ogni pietra era divisa ad intervalli di ca. 4 piedi (mt. 1,22) da cavità quadrate in cui forse venivano piantati dei pali. Ogni due cavità vi erano altrettante scanalature parallele di circa 7 pollici ( cm. 18), tagliate nella pietra: probabilmente servivano a segnare il posto dei piedi dei corridori.
La distanza tra le due estremità della pista era di mt. 192,27 che corrisponde a 32, 045 piedi olimpici. Il piede olimpico fu determinato da Ercole, che misurò lo stadio con il suo piede e per tale ragione lo stadio di Olimpia è un po’più lungo rispetto agli altri stadi.
La ragione per la quale le linee di pietra sono eguali su entrambe le estremità della pista è ovvia: nella “corsa dello stadio” il traguardo era situato nella parte opposta al punto di partenza;:pertanto, nel diaulos e in altre corse che richiedevano un certo numero di stadi, gli atleti vi facevano ritorno. “


( tratto da “ Sport e Giochi nell’Antica Grecia” di E. N. Gardiner  - 1956)




un'inquadratura dello stadio di Domiziano a Roma
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Lun Nov 11, 2013 10:06 pm

Dopo la visita guidata di ieri, mi aspettavo una digressione sì elaborata, ma non dettagliata e minuziosa fino a questo punto Very Happy
Sono appena giunto a metà della coinvolgente narrazione! Nei prossimi giorni continuerò la piacevole lettura.
Che dire... aspettiamo un libro con la raccolta di tutte queste perle!
Tra un capitolo e l'altro, per far riposare un po' il lettore,  può starci qualche estratto dal "The Tonymusante's best of the worst" (di cui tengo gelosamente una copia sul pc) Wink
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Ven Dic 06, 2013 3:21 pm



L’ Ippodromo


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- nella foto sopra: l'area dove sedevano i giudici di gara, nei cui pressi correvano i cavalli -






Era il luogo destinato agli esercizi equestri e alle corse coi carri. In origine era assai semplice. Pausania ce ne da una chiara idea, descrivendoci l’Ippodromo di Olimpia formato da una serie di poco elevate alture, con i sedili per gli spettatori disposti sul pendio delle stesse.
Accorrendo ai Giochi di Olimpia una folla sempre maggiore, venne alzato in faccia alle colline un terrapieno o argine per disporvi i sedili. Sotto l’Agnampto (loggiato che prende il nome dall’architetto che lo costruì) vi erano gli stalli per cavalli e carri. L’arena era divisa da un muricciolo poco alto ma assai largo, sul quale collocavano le statue di Giove, Apollo e altri numi.
Su questo muro di divisione, chiamato “spina”, stavano pure gli Ellanodici ed il magistrato incaricato di annotare il numero dei giri di corsa. All’estremità della “spina” stavano le mete, quella verso il loggiato era ornata dalla statua di Ippodamia ed era la meta della vittoria.


( tratto da “La ginnastica in Grecia” di Felice Valletti )




Un centauro cerca di portare via Ippodamia (sul vaso chiamata Laodamia), mentre Piritoo e Teseo resistono per difenderla. Dettaglio da un cratere apulo a figure rosse, ca. 350-240 a.C. (British Museum).

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Ecco la descrizione dell’Ippodromo di Olimpia da parte di Pausania:


Dentro l’Alti, verso l’ingresso delle pompe è il cosiddetto Ippodromo, luogo che per lo spazio di circa un plettro è cinto da una maceria. In questo, una sola volta l’anno, possono entrare le donne, le quali ad Ippodamia sacrificano e fanno altre cose in suo onore.
Dicono Ippodamia si ritirò in Midea dell’Argolide  poiché Pelope, per la morte di Crisippo, era adirato specialmente contro di lei; dicono di avere per un Oracolo portato in dono le ceneri di Ippodamia in Olimpia.
Sul confine delle statue che gli Elei ersero con le multe degli atleti, è quello che chiamano ingresso segreto e per esso gli Ellanodici ed i combattenti devono entrare nello stadio………………
….Traversato lo stadio, la dove siedono gli ellanodici, vi è il luogo consacrato alle corse dei cavalli e la Mossa. Questa ha la figura di una prora di nave, il cui rostro è rivolto al corso; dove la prora si unisce al portico di Agnampto, ivi diviene larga. Sulla punta del rostro è un delfino di bronzo sopra un regolo………..
"

( tratto da “ Descrizione della Grecia” di Pausania, tradotta da Antonio Nibby ).      



Il sonno di Endimione di Anné-Louis Girodet Triosan (Musée du Louvre)  
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Lo stadio è preceduto da un posto in cui si recano gli atleti e che si chiama barriera. Si vede qui una tomba che gli Elleni dicono di essere di Endymion.
Al di là di questa parte dello stadio, in cui si mettono i direttori dei Giochi,c’è un posto destinato alle Corse dei cavalli. Questo posto è preceduto da un spazio che si chiama barriera (la “Mossa”-  n.d.r.) e che, per la sua forma assomiglia alla prora di una nave. Al punto in cui questa barriera unisce il Portico di Agaptus, essa si allarga in due parti, lo sperone e il becco della prua sono sormontati da un delfino di bronzo.
Le due parti della barriera hanno più di 400 piedi di lunghezza e sui essa ci sono gabbie a destra o sinistra, tanto per i cavalli da sella che per quelli che per quelli di attacco (tiro).
Queste gabbie sono estratte a sorte tra i combattenti. Davanti ai cavalli ed ai carri c’è un cavo, da un capo all’altro, che serve da sbarra e li mantiene dentro le loro gabbie.
Verso il mezzo della prua c’è un altare di mattoni che si ha cura di imbiancare ad ogni Olimpiade. Su questo altare c’è un’aquila in bronzo che ha ali spiegate e che, per mezzo di una molla, si eleva e si fa vedere da tutti gli spettatori, nello stesso tempo che il delfino allo sperone si abbassa e distende fino sotto terra.
A questo segnale si lascia il cavo dalla parte del Portico e presto i cavalli avanzano verso l’altra parte in cui si è fatto altrettanto.
"

( tratto da “ La vie privée des anciens “ di René Menard )


Da quel momento spetta poi ai cocchieri dimostrare la loro abilità ed cavalli la velocità.



Diana ed Endimione
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Vediamo cosa ancora ci tramanda Pausania riguardo alla curiosa leggenda di Tarassippo.


Avendo l’Ippodromo uno dei lati più esteso, sopra questo è un rialto di terra: verso il fine del rialto vi è l’altare di Tarassippo, il terrore dei cavalli.
La figura dell’ara è rotonda; allorchè i cavalli passano presso di essa, sono subito colti da un forte timore senza che se ne spieghi la causa; al timore segue il turbamento, così rompono i carri e quei che li governano restano feriti. Perciò i cocchieri fanno sacrifici e supplicano Tarassippo ad esser loro propizio.
I Greci non sono concordi riguardo a Tarassippo, per cui alcuni dicono invece trattarsi del sepolcro di un uomo indigeno e bravo nell’arte dei cavalli e  gli assegnano il nome di Olieno.
Dicono, tra l’altro, che Pelope fece di questo luogo un Eroo vuoto a Mirtillo e gli sacrificò, sanato dall’ira dell’uccisione, chiamandolo poi Tarassippo.
Un egiziano disse che Pelope aveva sepolto in questo luogo che chiamano Tarassippo un qualcosa ricevuto in dono da Anfione  Tebano.
A mio parere (di Pausania - n.d.r.,), la più verosimile delle tradizioni è quella che sostiene trattarsi di un soprannome di Nettuno Equestre
."

( “ Descrizione della Grecia” di Pausania – trad. A. Nibby).



nella foto sotto: galleria d'ingresso allo stadio
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Ven Dic 27, 2013 1:21 pm




La torcia olimpica



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la torcia olimpica ai Giochi di Mosca 1980


La torcia olimpica che tutti conosciamo è quella portata a mano e di corsa in staffetta dai tedofori, con frazioni pre determinate, fino all’accensione sul braciere olimpico per dare inizio alle competizioni.
Essa in realtà, così come concepita, è un rituale delle Olimpiadi moderne ben diverso dall’antica corsa con le torce .

Nella pratica dei Greci antichi non c’era nulla che giustificasse la torcia olimpica da portare in giro per mezzo mondo come simbolo dell’internazionalismo olimpico.
Nell’antichità le corse con la torcia erano staffette puramente locali, squadre di uomini nudi, con la fronte ornata di diadema, portavano per le strade da altare ad altare torce accese su impugnature metalliche.
Facevano parte di un rituale religioso in senso stretto i diademi, gli altari come punti di arrivo e l’onore culminante da assegnare al vincitore di collocare la sua torcia sull’altare del Dio che veniva celebrato.
Inoltre, mentre i Giochi moderni cambiano sede ogni quattro anni (e parrebbero dunque giustificare un trasferimento della fiaccola olimpica – n.d.r.), quelli antichi non abbandonarono mai Olimpia.
Infine, e questo è il punto più notevole, le Olimpiadi antiche furono tenute ogni quarta estate senza interruzioni, nonostante le guerre e gravi difficoltà politiche in vari periodi, fino almeno al 261 d.C.
Quando i Giochi furono istituiti, nel 776 a.C., i veri Greci erano considerati in tutti i sensi “elleni”. I Giochi erano pertanto panellenici piuttosto che internazionali. Il nome “Greci” ci viene da quello dato loro dai latini “graeci”, non siciliani o egiziani o siriani. Parlavano tutti greco, veneravano gli stessi Dei negli stessi modi, partecipavano ai Giochi Olimpici in condizioni di parità.


( tratto da “I Giochi Olimpici” di Finley e Pleket – 1980).  


braciere olimpico dei Giochi di Atene 2004
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Cerchiamo allora di appurare da cosa abbia potuto trarre spunto questa tradizione che ormai stabilmente precede l’inizio delle edizioni dei Giochi moderni.


Olimpia non era ne una città ne un villaggio e non era neppure un luogo abitato, fatta eccezione per le abitazioni dei sacerdoti e degli addetti alla custodia del Santuario.
Era soltanto il luogo dove si tenevano esclusivamente i Giochi: il distretto interno del luogo di culto si chiamava Altis.
Ecco una nuova conferma dell’origine dei Giochi in una festa funebre, dopo che Pausania fece derivare questo nome dalla parola greca “alsos”, cioè tomba. In mezzo al campo sacro si trovava la tomba di Pelope e, sotto il regno di Ifito, sarà eretto un altare in onore di Zeus.
Su questo altare, i sacerdoti depositavano le loro offerte animali e vegetali; accatastavano delle fascine e tenevano pronta una torcia. A questo punto, un gruppo di giovani selezionati prendevano posizione a ca. 200 mt. dall’altare, per la partenza di una corsa.
Colui che arrivava prima all’altare aveva diritto all’insigne onorificenza di accendere il rogo del sacrificio.
Questo fu l’inizio dei Giochi Olimpici, un inizio pieno di toccante dignità.
Solo questo tipo di corsa fu eseguita per i credenti e fedeli della divinità durante le prime 13 Olimpiadi. I vincitori della prova provenivano da Elis, Micene o Pisa (in Grecia – n.d.r.).
In seguito furono attirati gli Spartani che avevano stabilito un’alleanza con gli Elleni e la festa di una provincia divenne la festa di tutto il Peloponneso.
La preparazione militare degli Spartani forniva alle competizioni atleti ben allenati: dopo la loro prima vittoria alla XV Olimpiade, gli Spartani acquistarono una forte superiorità nel corso dei due secoli seguenti che fu intaccata solo dai Crotoniani.
Con il crescere della rinomanza dei Giochi l’Altis si ricopriva di edifici magnifici che si riempirono di opere d’arte e di ricchi tesori provenienti da offerte. I ladri che erano attirati in questo luogo costrinsero gli Elleni a circondare l’Altis di una alta muraglia.
"


( tratto da “ Des hommes et des records – Histoire de la performance a travers les ages” di Walter  Umminger – 1962).


antico braciere olimpico
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La corsa con le torce in antichità non era dunque una scenografia allestita per trasportare la fiaccola olimpica con cui ardere il braciere e rinnovare il giuramento, dichiarando nel contempo aperti i Giochi ma una vera e propria gara di corsa, che prendeva il nome di lampadedromia.

La lampadedromia trae la sua origine da riti sacri, non agonistici. Pan avrebbe aiutato gli Ateniesi a Maradona ed in suo onore era indetta ad Atene, ogni anno, una corsa con le fiaccole.
Si tratta di una corsa a staffette tra diverse squadre, in genere ciascuna composta da una tribù di una medesima città. Il “testimone” era costituito da una torcia che passava al proprio compagno di squadra, a sua volta in corsa o pronto allo slancio.
Coloro che fossero riusciti a tenerla accesa avrebbero ricevuto un’idria dipinta contenente olio.
Pausania, nella sua Periegesi, ci descrive una lampadedromia che si svolgeva ad Atene, in cui la bravura consiste nel saper mantenere accesa le faci correndo, poiché se la face si estingue, benché si giunga primi, non si conquista la vittoria.
La medesima gara poteva esser disputata pure a cavallo o in corsa individuale.
La Lampadedromia non era ricompresa nel programma dei Giochi Olimpici antichi ma molto praticata durante le feste Panatenee.


( tratto da “Homo ludens” di Marco Fittà e Dante Padoan – 1988).


medaglia commemorativa di una gara di staffetta
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In pratica potremmo considerare l’antica gara con le torce come l’antesignana della moderna corsa a staffetta.
Ecco infatti la spiegazione del susseguirsi della gara grazie al testo tradotto  da un’iscrizione su di un blocco di marmo bianco ritrovato a Delo.

…Coloro che partecipavano alla gara percorrevano una frazione della distanza complessiva, recando nella mano sinistra una fiaccola accesa che consegnavano nella destra del compagno di squadra il quale, come fanno ancor oggi i corridori di staffetta, per guadagnar tempo aveva già preso l’avvio.
Tale trasmissione della fiaccola continuava via via sino all’ultimo staffettista: vinceva la squadra il cui ultimo componente fosse arrivato primo al traguardo, spesso rappresentato da un altare, a condizione però che la fiaccola fosse ancora accesa.



( tratto da “Iscrizioni agonistiche greche”  di Luigi Moretti, 1953).


Paavo Nurmi accende il braciere olimpico ai Giochi di Helsinkj 1952
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Di questa gara abbiamo notizia che si svolgesse non solo durante le prime edizioni dei Giochi Olimpici ma nel corso di Giochi e Feste tra i più popolari sia in Grecia che nell’antica Roma.
Era d’uso durante le feste religiose ed in particolare nelle Prometee, nelle Panatenaiche, nelle Bandinee e nei misteri Eleusini, riguardo ai quali è giunta notizia di una festa dedicata proprio alla corsa con le fiaccole.
Interessante e suggestiva, per esempio, la descrizione della competizione che possiamo leggere nel brano sottostante, inerente ai Giochi Istmici:


“   Viene la notte che non interrompe i Giochi istmici. Una corsa è attesa e impazientemente desiderata e vuole come complice le tenebre più profonde: è la corsa con le torce, la lampadedromia.
Le torce sono fatte di tralci di vigna strettamente legati oppure, affinché la fiamma fosse più rapida e splendente, di rami di pino stretti e annodati nei flessibili gambi di giunchi e di papiri.
Un fuoco viene acceso sull’altare di Demetra, la grande Dea: qui i concorrenti prendono le loro torce. Appena fatti pochi passi non è più possibile distinguerli o riconoscerli. I favoriti della fortuna si perdono nell’ombra e neanche i più fedeli amici possono seguirli e incoraggiarli.
Lo spettacolo è molto bello ma altrettanto strano; si va con un certo disordine, gli Ellanodici più severi perdono tempo ad ammonire ma, nel tumulto, non li vedono ne li sentono. Il buon umore di tutti è sufficiente a mantenere la lealtà; si ride e ci si diverte, ciononostante le torce scintillano, passano e qualche volta rischiano di spegnersi per l’impeto furioso dei corridori.
Sembra una corsa di stelle e lo stesso cielo, adesso cosparso di fuochi senza numeri, traversato dalla polvere luminosa della Via Lattea, sembra sorridere ai Giochi.


( tratto da “ Les spectacles antiques” di L. Augé de Lassus – 1888).



Di seguito ancora qualche curiosità.

La corsa con le torce era molto diffusa in tutta la Grecia e la sua popolarità si conservò fino ai tempi dei Romani.
Ad Atene c’erano corse con le torce alle Panatenee, alle Epitafie, alle Tesee e, ai tempi di Socrate, fu istituita una corsa con torce a cavallo nella festa di Bendis.
La gara aveva luogo di notte e due erano le tipologie principali: individuale ed a squadre.
Nella prova individuale, i concorrenti partivano dall’altare di Prometeo nell’Accademia e correvano attraverso la città; chi arrivava primo con la torcia accesa era proclamato vincitore.
Gli sforzi dei partecipanti per mantenere la torcia accesa durante il percorso erano spesso causa di interminabili risate tra gli spettatori e – racconta Aristofane – che, mentre passavano attraverso la stretta porta d’ingresso in città, il popolaccio del quartiere dei vasai li motteggiava scurrilmente ad alta voce.
Nella corsa a squadre, invece, gli atleti delle varie compagini erano dislocati lungo il percorso: il primo consegnava la torcia al secondo quando lo raggiungeva, il secondo al terzo e così via fino all’ultimo. La squadra che riusciva a portare la torcia ancora accesa al traguardo era dichiarata vincitrice.


(tratto da “Sports e Giochi nella Grecia antica” di E. Normann Gardiner – 1956 ).


fiaccola olimpica alle Olimpiadi invernali disputate a Torino nel 2006  
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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Lun Apr 07, 2014 1:59 pm




il tempio, la statua e l'altare di Zeus      





Tra i monumenti e le vestigia che adornavano Olimpia i più importanti erano probabilmente quelli facenti parte del gruppo architettonico e scultoreo dedicato al sovrano dell’Olimpo: esso comprendeva il tempio, la statua e l’altare di Zeus.
La loro collocazione in quell'area rispondeva alla particolare sacralità attibuita ai Giochi che, come già raccontato nei primi post, erano appunto consacrati alla massima divinità dei Greci.
Le rovine del tempio, come ci appaiono oggi, formano una terrazza elevata da cui si domina l’Altis, ovvero il bosco sacro di Zeus. In questo tempio, considerato il più vasto e ricco non solo dell’Altis ma di tutto il Peloponneso, si riteneva che spiritualmente dimorasse il Giove Olimpico, Signore degli Dei.
Sia il tempio che la statua erano stati fatti erigere con il bottino riportato dagli Elei a Pisa (città greca n.d.r.), fra il 468 ed il 457 a.C., quando gli Spartani consacrarono uno scudo d’oro per celebrare la vittoria di Tinagra.



sotto: le rovine del tempio oggi

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“ di tutti gli edifici dell’Altis il più imponente ed il più celebre era senza dubbio il tempio di Zeus Olimpico.
Nonostante le numerose mutilazioni conseguenti all’incendio e ai terremoti, siamo ancora in grado di farci un’idea precisa , grazie ai resti esistenti, della sua architettura.
Questo monumento fu costruito a sud ovest dell’Altis ed è difficile da precisare in quale  epoca.
Pausania ci dice che fu costruito con il bottino riportato dagli Elei nella guerra nella quale distrussero Pisa e tutte le città divise che si erano sollevate.
Nell’anno 456 a.C., iniziò la costruzione di questo tempio su progetto di Libone, architetto Eleo.
I lavori non subirono interruzioni tranne che all’epoca in cui la statua di Zeus fu piazzata nel tempio. Una modifica fu necessaria, su indicazione di Fidia, nella disposizione della cella che noi vediamo più lontana.
Le fondamenta del tempio si compongono di quattro grosse mura, infossate ad un metro sotto il suolo dell’Altis e che s’innalzano ad un’altezza di 3 mt. al di sopra del livello del suolo. Sopra di esse sono costruiti i muri della città e le parti dello stilobate, sui quali si poggiano le colonne delle gallerie laterali. Gli intervalli sono stati coperti da un riporto che dissimula l’aspetto esteriore delle fondamenta e forma in tal modo un’elevazione artificiale di tre metri, che sostiene il basamento del tempio.
L’edificio è dell’ordine dorico, esastilo (ha cioè 6 colonne) e periptero: circondato da altre 13 colonne in tutti i lati, compresi quelli d’angolo.
Le proporzioni di questo monumento erano considerevoli e di poco inferiori a quelle del Partenone: in realtà Pausania gli attribuisce dimensioni forse maggiori di quelle reali.



ricostruzione in plastico del tempio di Zeus, sulla base dell'analisi dei reperti e della descrizione di Pausania

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Coloro che volevano contemplare la statua di Zeus dovevano salire alle gallerie superiori per delle scale a spirale.
Questa parte della cella architettonicamente ci dimostrerebbe che fu costruita su progetto di Fidia. Sembra comunque certo che la statua di Zeus fu scolpita da Fidia dopo quella di Atena al Partenone, cioè dopo l’anno 438 a.C. L’artista  era già anziano ma concentrò in quest’opera immortale tutta la potenza della sua arte”.


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Che Fidia, considerato il più grande scultore ed architetto dell’antichità, sia stato l’autore della statua lo si evince anche dall’epigramma scritto e posto sotto i piedi di Zeus: “ mi fe Fidia di Carmine Ateniese”.




Zeus di Fidia  
                         

" nessuna traccia tuttavia è giunta a noi di questo ammirevole capolavoro, che gli antichi inclusero nelle sette meraviglie del mondo.
Secondo alcuni, dopo l’abolizione dei Giochi Olimpici, la statua fu trasportata a Costantinopoli, dove scomparve a seguito - pare - dell’incendio della dimora di Lausos, nella quale era stata posta.
Qualche antico autore ci ha lasciato delle dettagliate descrizioni di questo capolavoro.
Apprendiamo quindi che l’altezza era di circa 13 metri e che era fatta in oro e avorio cesellato con ornamenti di ebano e pietre preziose. Il Dio seduto sul trono teneva nella mano destra una Nike (vittoria) in avorio e nella mano sinistra uno scettro sormontato da un’aquila d’oro; la sua testa era cinta da una corona d’oro che imitava i raggi dell’olivo selvaggio.
Il meraviglioso trono era ornato da diversi soggetti scolpiti o dipinti. Questi dipinti furono eseguiti da Panemo, che era fratello o nipote (secondo altri) di Fidia e fu anche suo collaboratore.
Dinanzi a questo capolavoro, pare che il generale romano Paolo Emilio abbia tremato di emozioni e pronunciato le memorabili parole:
“ malgrado la fama di cui gode Olimpia, la vista ne supera ogni attesa” , aggiungendo che solo Fidia era riuscito a rappresentare lo Zeus tramandato da Omero sotto forma sensibile. "  




ricostruzione fantastica della statua di Zeus, opera di Fidia

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l’altare di Zeus


" aveva forma di elisse, di cui il grande asse era nella direzione del Kronion.
Il suo primo basamento aveva un circuito di 125 piedi olimpici, cioè circa 40 metri e l’altare, verso la fine del II secolo d.C., nell’età di Pausania (da cui attingiamo le notizie – n.d.r.), era alto 7 metri.
Le vittime venivano sacrificate nella parte inferiore dell’altare, chiamata prothysis. Le giovani e le donne, all’epoca in cui non erano escluse da Olimpia, potevano salire sino al protysis, mentre ai soli uomini era consentito di salire sulla parte superiore.
In cima all’altare si bruciavano le cosce delle vittime. "



( i brani nel virgolettato sono tratti da “I Giochi Olimpici nell’antichità” di Lambros e Politis, 1896)




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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Ven Mag 23, 2014 8:51 am




Ai piedi del Cronion  



Il monte Cronion in realtà non è propriamente un monte e neppure una collina bensì un’altura di 150 mt. ca. sovrastante il sito archeologico di Olimpia, sulla riva destra dell’Alfeo ed ai cui piedi sono state rintracciate molte preziose vestigia e resti monumentali all'epoca consacrati alle divinità a sottolineare e ribadire l’aspetto sacrale dei Giochi.    


" Ai piedi del monte Cronion si innalza l’Heranion, il Tempio di Era.
Secondo l’opinione prevalente, il Tempio, in stile dorico, fu costruito nel 650 a.C. ed avava allora soltanto cella e pronao; nel 600 a.C. sembrava fossero stati aggiunti un opistodomo ed un colonnato esterno ma ricerche condotte successivamente sembrerebbero indicare che il Tempio sia stato costruito in una sola volta, intorno appunto al 600 a.C., secondo un piano unitario.
Questo edificio è uno dei più antichi esempi dell’architettura religiosa monumentale in Grecia, perlomeno tra quelli conservati fino ai giorni nostri.
Il basamento del Tempio ed i grandi pilastri della cella sono in calcare conchiglifero (lumachella), mentre la parte superiore dei muri era in mattoni crudi e la trabeazione per la maggior parte in legno, con un tetto di terracotta.
Le colonne, pure originariamente in legno, furono a poco a poco sostituite, nel corso dei secoli, con colonne in pietra.
Sul fondo della cella si conserva il basamento su cui erano installate le statue in pietra di Zeus e di Era.



l'Heranion

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............................

" I tesori, costruiti uno dopo l’altro, sono piccoli templi a forma di megaron dedicati da città greche e soprattutto da colonie.
Vennero costruiti sul  terrazzo naturale che si estende ai piedi del Cronion, poco al di sopra dell’Heranion.
Il più antico è il Tesoro di Sicione, mentre i più recenti risalgono alla prima metà del V secolo. Pausania riporta il nome di dieci Tesori ma, attualmente, si possono vedere i ruderi di dodici tempietti, di cui solo cinque sono stati identificati con certezza: i Tesori di Sicione, di Selinunte, di Metaponto, di Megara e di Gela.
"  


(tratto da “Olimpia: Guida del Museo e del Santuario di Athanasia e Nicolaos Yalouris” 1987).




" …E’ in Olimpia il Tesoro chiamato dei Sicioni, dono di Mirone, loro tiranno; fu questo edificato da Mirone dopo che questi ebbe vinto col cocchio nella XXXIII Olimpiade. Nel Tesoro fece due talami, uno dorico e l’altro jonico, lavorati in bronzo. In questo Tesorto sono tre dischi, quanti sono appunto quelli che arrecano al combattimento pentatlo. Vi è uno scudo coperto di bronzo che nella parte interna è variato da pitture; un elmo e dei gambali insieme con lo scudo.
Contiguo a Sicionio è il Tesoro dei Cartaginesi, lavoro di Potéo, di Antifilo e di Megacle ed ivi doni.
Il terzo e quarto Tesoro sono degli Epidani, ……i Sibariti ancora edificarono un Tesoro che è a lato di quello degli Epidani. Presso quello dei Sibariti è il Tesoro dei Libj di Cirene ed in esso sono gli imperatori romani.
"

( tratto da: “Descrizione della Grecia di Pausania” tradotto da A. Nibby, 1818).



il Metroon

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" Vicino alla terrazza dei Tesori c’è un tempio dorico di umili dimensioni: è il Metroon II, culto di Rea, madre degli Dei, uno dei più antichi di Olimpia. A sud del Tempio, infatti, era situato in altri tempi un altare dedicato alla madre degli Dei.
Il Tempio, del quale sono rimaste le fondamenta e qualche dettaglio architettonico incastrato nelle costruzioni bizantine, sembra risalga al IV sec. A.C. e fu in seguito rimaneggiato dai Romani.
Le colonne ed il resto dell’edificio, costruito in pietra di Poros, furono all’epoca romana impiastrate da uno spesso strato di stucco che ricoprì le pitture primitive delle quali si vede ancora brillare  qualche traccia, nei posti in cui è scomparso lo stucco.
Al tempo di Pausania il Tempio conservava ancora il suo antico nome ma la statua di Rea non figurava più: vi erano state ammucchiate statue di imperatori romani ed alcune di queste sono state ritrovate al momento degli ultimi scavi.
"


( tratto da “I Giochi Olimpici nell’antichità” dal Rapporto Ufficiale di Atene 1896 di Lambros e Politis dell’Università di Atene).

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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    Mar Nov 25, 2014 11:54 am




Zani




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" Tra il Metroon e l'entrata dello Stadio si vedono ancora dei piedistalli in pietra, che una volta erano sormontati da statue di Zeus in bronzo e che nel gergo del paese erano dette Zani.
Queste statue non erano state erette in onore dei vincitori, come quelle che decoravano l'Altis; esse erano state costruite con il ricavato delle multe inflitte agli atleti per infrazioni al regolamento dei Giochi e dovevano servire di lezione a tutti i Greci, che in tal modo sapevano che nessuno avrebbe dovuto pagare per ottenere una vittoria ad Olimpia.
Qualora i multati si fossero trovati nell'impossibilità di pagare le multe, la città dalla quale erano originari doveva versare l'intero importo, pena l'esclusione dalla partecipazione ai Giochi Olimpici
. "


( tratto da " I Giochi Olimpici nell'antichità" - Rapporto Ufficiale di Atene 1896 di Lambros e Politis )




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" Dal Metroon, andando allo Stadio, havvi sulla via a sinistra, verso l'estremità del Monte Cronio, un rialto di pietre presso lo stesso monte e dei gradini in esso. Presso il rialto sono statue in bronzo di Giove.
Queste furono fatte con i denari ritratti dalla multa imposta agli atleti che hanno mancato alle leggi dei Giochi: sono statue chiamate col nome di Zani (Giovi).
I primi, in numero di sei, furono eretti nella Olimpiade XCVIII (98^ - n.d.r.).
Imperciocchè [...in tale occasione - n.d.r.] avvenne che Eupolo tessalo corruppe con denari quelli che erano venuti a combattere al pugilato, (quali) Agetore Arcade, Pritani Ciziceno e, con essi, Formione da Alicarnasso che aveva vinto nell'Olimpiade precedente.
Questa è, secondo ciò che dicono, la prima ingiustizia commessa dagli atleti nei Giochi ed Eupolo e quelli che da lui aveano ricevuto doni furono puniti dagli Eoli.
Due di queste statue sono opere di Cleone Sicionio, le altre quattro che seguono non è noto chi le abbia fatte.
Eccetuate la terza e la quarta, sulle altre sono scritte elegie.
La prima delle elegie vuol dimostrare che la vittoria in Olimpia si deve ottenere non con i denari ma con la velocità dei piedi e la forza del corpo.
L'elegia che trovasi sulla seconda dice nei confronti di chi sia stata eretta la statua, per onore della divinità e della religione degli Elei e per servire di timore agli atleti che trasgrediscono le leggi.
Sulla quinta e sulla sesta (statua) l'iscrizione in una è diretta tutta a lode degli Elei ed a mostrare la pena dei pugili, nell'ultima poi è scritto che le statue servono d'insegnamento a tutti i Greci, affinchè nessuno dia denari    
per riportare la corona olimpica.
Dopo Eupolo, dicono che Callippo Ateniese, combattendo al pentatlo, comprò con denari quelli che doveano combattere contro di lui e che ciò avvenne nella Olimpiade CXII (112^ - n.d.r.).
Essendo stata imposta dagli Elei la pena a Callippo ed a quei che combatterono con lui, gli Ateniesi mandarono un tal Iperide per persuadere gli Elei a perdonar loro la multa. Avendo questi negato loro la grazia, gli Ateniesi usarono questa soverchieria verso di loro per non dare denari e astenersi dalle feste Olimpiche, finchè il Dio di Delfo non ebbe intimato loro che non avrebbe più dato responso alcuno (mediante l'Oracolo - n.d.r.) fintanto che non avessero pagato la multa agli Elei.
Laonde, allorché pagarono, furono fatte a Giove statue anch'esse in numero di sei.
".


( tratto da " Descrizione della Grecia di Pausania" - tradotta da A. Nibby )

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MessaggioTitolo: Re: ...dal mito alla storia: gli antichi racconti di Olimpia    

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