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 I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.

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Tonymusante
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MessaggioTitolo: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Gio Set 26, 2013 10:26 am




Molti anni fa - diciamo nella prima metà degli anni ’80 - durante il periodo universitario, mi trastullavo tra le librerie nella ricerca dei testi più rinomati su la scienza dell’allenamento, al fine di un arricchimento personale e per l’accrescimento dei mezzi d’informazione utili al mio hobby di atleta agonista, senza peraltro ancora immaginare un loro lontano riutilizzo per una futura attività di tecnico.
Mi imbattei, tra i tanti, nella “Teoria dell’allenamento” (fortunata traduzione ad opera della Società Stampa Sportiva dell’originale tedesco “Trainingslehre”), caposaldo della letteratura scientifica e filosofica del settore realizzata da un equipe di coaches della ex Germania Est, coordinati e diretti da uno dei massimi santoni dell’epoca, il Dr. Hans Dietrich Harre.
Harre è stato uno dei grandi tecnici della scuola sportiva dell’Europa orientale all’epoca dell’URSS e della proverbiale cortina di ferro. Professore e Ricercatore presso l’Università Tedesca di Cultura Fisica (DHfK) a Leipzig, Capo della Commissione Statale per la “Teoria Generale e Metodologia degli Sport di competizione” e dell’Istituto di Teoria dell’Allenamento e Kinesiologia”, ha allenato generazioni di atleti e campioni e formato decine di coaches.
In quel sistema, infatti, si era soliti lavorare in gruppo, sia sul piano della ricerca teorica che nelle esperienze sul campo, all'interno del quale ogni tecnico svolgeva un compito precipuo e si occupava di alcuni atleti a lui affidati o di un argomento da svolgere qualora trattavasi di studio, sotto le direttive e la supervisione di un PHD - ossia un Maestro dello Sport - cui competeva l’elaborazione finale o la stesura definitiva di un testo ed in pratica, quindi, la responsabilità generale del progetto.
Seguendo appunto tale prassi, nel 1969, uscì la “Teoria dell’Allenamento – indicazione di una metodica generale di allenamento”, da noi giunto peraltro diversi anni dopo con l’autorizzazione dello Sportverlag di Berlino, elaborato da un collettivo di autori (come si definivano) poi raccolto, controllato, approvato e redatto dal prof. Harre.
Il testo rappresenta una vera e propria summa delle conoscenze scientifiche del tempo sull’allenamento sportivo ed è permeato a livello sociologico ed intriso sul piano ideologico di una mentalità riferita alla realtà storica e politica della DDR, la Repubblica Democratica Tedesca, allora fulcro e paese satellite principale del sistema del socialismo sovietico.
In tutte le nazioni d’oltre cortina ma in particolare proprio nella DDR lo sport era considerato attività di base e prioritaria per la crescita della persona e nella formazione dell’individuo.
La formazione del sistema socialmente sviluppato esigeva la tendenza al perfezionamento fisico di tutti i cittadini, specialmente dei più giovani: prestazioni sportive di rilievo, un’efficienza fisica generale di notevole livello, uno stato di salute in tutta evidenza sano nella popolazione adulta e atleticamente esuberante nella gioventù erano tra gli obiettivi primari della cultura fisica dello stato.
L’allenamento sportivo agonistico e poi specialistico e le competizioni, quale punto d’arrivo periodico, contribuivano a realizzare tali obiettivi nel modo più consono e concreto.
Non c’è dunque da stupirsi dei risultati stratosferici che furono colà ottenuti nei decenni ’70 ed ’80, figli senz’altro di esasperazioni, obblighi ed aiuti chimici di stato ma pure di una mentalità, di studi, ricerche e principi di vita sportiva difficilmente trasferibili altrove.
Scopo del testo di Harre era quello di esporre e diffondere i fondamenti di teoria e metodologia dell’allenamento sportivo frutto di tutte le conoscenze apprese in quegli anni, determinanti per un approccio qualitativamente elevato, sia sul piano della giusta mentalità di partenza sia per quanto riguarda la programmazione di un’intera carriera atletica.
Il libro non era, come spesso accade oggi, un mero elenco di esercitazioni o sistemi d’allenamento, di tecniche esecutive o di percentuali di carico; né avrebbe potuto esserlo, dal momento che gli autori non si rivolgevano a praticanti di una singola disciplina ma a tutti gli insegnanti di educazione fisica, gli allenatori, i cultori della scienza sportiva per sensibilizzarli ad aprirsi ad una mentalità atletica rivolta all’agonismo come pratica diffusa, fondando il loro lavoro sulle conoscenze finora appurate e sulle esperienze certe acquisite sul campo.
Può essere considerato un autentico testo di filosofia e sociologia sportiva ai massimi livelli, dove ovviamente non mancano le cognizioni base per la stesura delle pianificazioni e la scelta dei mezzi allenanti ma dove la portata innovativa era data dal focalizzare i principi fondanti dello sport e della metodologia dell’allenamento - partendo persino dal significato etimologico e fisiologico del termine - per costruire su essi uno stile di vita sportiva, porsi obiettivi e concentrarsi su essi come tappe di crescita individuale e collettiva, dar risalto a tutte le componenti della vita di una persona per l’ottimizzazione della preparazione atletica, ivi compresi la collocazione nella società ed il rapporto atleta-tecnico, non soltanto nei risvolti specifici della disciplina atletica ma sul piano umano.
Personalmente posso dire di aver appreso tantissimo da quella lettura e di aver condiviso molti concetti che mi hanno indubbiamente influenzato nel costruire il mio prosieguo di atleta e di coach, pur con tutti gli ovvi distinguo su di una realtà sociale e politica da cui ero estraneo e che non mi apparteneva come storia anagrafica, per cultura e per ideali personali.
Leggere quel libro ora, nella sua edizione originaria come allora tradotta, significa affrontare un linguaggio parzialmente superato e ridondante e per certi versi farraginoso; allo stesso modo il progredire della ricerca e delle scoperte scientifiche consente adesso di andare molto oltre rispetto a certi postulati del tempo. Tuttavia alcune proposizioni e taluni brani chiave restano a mio avviso portanti di una lineare ed attuale capacità di didattica organizzativa e racchiudono persino una sorprendente freschezza di analisi introspettiva.
Glisserò chiaramente in questo riassunto critico su tutto ciò che concerne l’enfasi ormai datata sulla politica sportiva del paese nonché su molta parte dei capitoli tecnici che trattano argomenti ampiamente discussi in opere successive, con miglior cognizione e conoscenza di dati a supporto.
Mi concentrerò invece, sperando di non tediarvi, su concetti basilari ma spesso considerati scontati dalla letteratura sportiva di livello e che invece, sempre a mio modesto parere, sono ineludibili se si tiene a mente che il processo di allenamento è la storia di un’azione umana e di collaborazione tra uomini; dunque non esclusivamente tecnica ma che deve piuttosto basarsi su principi teorici, sia pur non generici ma specifici dello sport e disciplina prescelti, senza i quali non sarebbe possibile costruire alcun solido e duraturo progetto di pianificazione sportiva e pertanto neppure avviare un processo di allenamento nel suo insieme.
Sono i famosi Principi fondamentali dell’allenamento sportivo così come individuati e descritti nella Teoria di Harre.
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Ultima modifica di Tonymusante il Gio Set 25, 2014 8:47 am, modificato 1 volta
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Damiano91



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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Gio Set 26, 2013 1:06 pm

Bene bene, interessante!
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Tonymusante
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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Ven Set 27, 2013 7:17 am



TEORIA dell' ALLENAMENTO

- Spunti di riflessione tratti dalla sintesi rivisitata dell'opera "Trainingslehre" redatta da D.Harre




Funzione sociale dello sport di prestazione


La tendenza verso i maggiori risultati in una disciplina sportiva, l’anelito al record, il confronto tra le prestazioni degli atleti, la competizione svolta secondo regole unitarie, unitamente ai principi dell’allenamento, al tenore di vita condotto in maniera adeguata rappresentano il fulcro ed i punti più salienti ed evidenti dello sport agonistico.
Il moderno sport agonistico si concretizza nelle discipline sportive che, storicamente, comprendono quei gruppi di esercitazioni fisiche manifestatesi nel tempo particolarmente adatte ad un confronto in termini di prestazione e di gara. L’evoluzione dinamica dello sport ha quindi prodotto e tuttora produce la nascita di nuove discipline sportive organizzate.
La messa in opera dello sport secondo la distribuzione in discipline sportive e, al loro interno, in specialità è infatti il fondamento portante per la creazione di strutture stabili quali i comitati sportivi nazionali e di forme organizzative unitarie e federate, che sostengono e promuovono lo sport sotto forma di associazionismo.  

Le caratteristiche essenziali tipiche dell’atleta agonista di non essere contento della mediocrità, di aspirare alle migliori prestazioni e quindi verso più elevate forme di affermazione personale e sociale corrispondono pienamente al principio ” ognuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue prestazioni ”.
Lo sport di competizione contrassegna anche la strada per l’educazione ad una elevata capacità di prestazione da parte del comune lavoratore.
L’atleta non deve impegnare soltanto tutte le sue capacità fisiche, le abilità e capacità intellettuali ma anche tutte le proprietà volitive e caratteriali, le convinzioni morali e le abitudini.  La lotta per le più elevate prestazioni sportive, per le vittorie ed i record impegna e forgia tutta la personalità dell’atleta.
Lo sport di competizione, se non inquinato dalle degenerazioni purtroppo ben note sia interne che esterne ad esso, dovrebbe inoltre spronare le giovani generazioni a effettuare attività sportiva con costanza e metodicità. L’effetto che esso emana sulle masse può produrre come conseguenza che un nutrito numero di cittadini sia attirato verso la cultura dello sport e del fisico e venga stimolato verso un autentico comportamento sportivo.
Non a caso, nei suoi “Ricordi olimpici”, De Coubertin sosteneva: “ affinché cento formino il loro corpo è necessario che cinquanta pratichino lo sport ed affinché cinquanta pratichino lo sport è necessario che venti si specializzino; affinché venti si specializzino è necessario che cinque siano capaci di eccezionali primati”.

Lo sport di competizione è anche un importante fattore dell’organizzazione del tempo libero e dell’attività di tale tempo libero. Esso, da un lato, offre a molti giovani la possibilità di perfezionarsi attivamente ed autonomamente e, inoltre, di confrontarsi pubblicamente mediante allenamenti e gare. D’altro canto, lo sport di prestazione e particolarmente la gara sono manifestazioni che attirano in modo intenso la popolazione interessata allo sport e perciò seguite e valutate con attenzione. Esse provocano negli spettatori delle reazioni sia istintive che razionali che li conducono ad una partecipazione consapevole a queste forme di trattenimento. Rafforzano il senso di consanguineità, la gioia per il successo di altri componenti della comunità e promuovono la disposizione ottimistica verso lo sviluppo sociale.

Record e performance richiedono un’elevata capacità di prestazione e nel contempo una  completa disponibilità alla prestazione. Per mezzo dell’allenamento e delle gare vengono ulteriormente allontanati i confini già stabiliti e acclarati della prestazione fisica e psichica.
Come avvenuto in passato per gli astronauti, l’atleta di prestazione agisce sui limiti noti di ciò che è oggi possibile all’individuo e questo permette alla scienza di svelare le leggi della elevazione della prestazione fisica.
Le esperienze acquisite in campo sperimentale sul moderno allenamento sportivo arricchiscono in tal modo la conoscenza e la consapevolezza dell’individuo e indicano quale possa essere la strada più accessibile per il suo perfezionamento fisico.



Definizione del concetto di allenamento


La parola allenamento, nell’uso comune, viene usata con differenti significati.
I fisiologi del lavoro intendono per allenamento tutti quei carichi che provocano un adattamento nell’organismo e quindi un’elevazione della prestazione. In questo senso, per esempio, pure il lavoro fisico può assumere carattere di allenamento e provocare i relativi adattamenti.
Il miglioramento della coordinazione neuro muscolare, cioè l’apprendimento o il perfezionamento di determinati movimenti, viene contrassegnato dai fisiologi del lavoro come esercizio e l’effetto che provoca l’elevazione della prestazione come “profitto di esecuzione”.
In un senso più vasto il termine di allenamento viene oggi inteso per ogni forma di istruzione organizzata ed orientata di proposito sulla rapida elevazione della capacità di prestazione fisica, psichica, morale e tecnico motoria dell’individuo.
Nell’ambito dello sport definiamo, in generale, con i termini allenamento sportivo o allenamento atletico  la preparazione degli atleti per il raggiungimento delle massime prestazioni sportive.
Attualmente questo concetto viene usato sia in senso ristretto che vasto: Matwejev per allenamento sportivo intende - appunto in senso ristretto - la preparazione fisica, tecnico tattica, intellettuale, psichica e morale dell’atleta con l’ausilio di esercizi corporei, cioè mediante un carico fisico.
Tale interpretazione trova il suo sedimento nei concetti di allenamento di resistenza, allenamento di forza, metodi di allenamento, allenamento intervallato, stato di allenamento, ecc.
Harre, invece, definisce l’allenamento sportivo, in senso più lato, come il processo generale programmato della preparazione degli atleti ad elevate prestazioni, ovvero: L’allenamento sportivo è il processo del perfezionamento sportivo orientato verso principi scientifici e particolarmente pedagogici il quale, mediante influenza metodica e sistematica sulla possibilità e capacità di prestazione, tende a condurre l’atleta verso le più elevate prestazioni in una specialità o disciplina sportiva.
Da qui discende che il perfezionamento dell’atleta nell’allenamento sportivo,  considerato e modellato sotto l’aspetto dell’omogeneità tra formazione ed educazione, si compie con differenti mezzi e modalità.
Il mezzo principale è il carico mediante esercitazioni corporee (l’allenamento in senso stretto e le competizioni); mentre forme e mezzi ulteriori, peraltro indispensabili in una completa formazione sportiva di effettivo valore, sono soprattutto le istruzioni teoriche per la trasmissione di nozioni tecnico sportive, tattiche, di metodica di allenamento nonché per lo sviluppo delle capacità intellettuali rivolte alla partecipazione ed osservazioni di gare e sessioni allenanti, discussioni e consulti utili soprattutto alla capacità di analisi del significato e degli obiettivi dell’allenamento stesso e delle strategie di gara.



Caratteristiche fondamentali dell’allenamento sportivo


Formazione fisica e caratteriale della persona ed educazione dello stessa nella sua crescita come uomo e come atleta sono indissolubilmente congiunti nel processo di allenamento.
Le correlazioni che esistono tra esse debbono essere razionalmente utilizzate. In modo particolare, si manifestano nel processo di allenamento i seguenti compiti fondamentali, da trattare e risolvere in forma complessa:
- la preparazione fisica,
- la preparazione tecnica e tattica,
- la preparazione intellettuale,
- l’attività educativa.

Le caratteristiche essenziali dell’allenamento possono essere così sintetizzate:

1) l’allenamento è sempre orientato verso il raggiungimento della più elevata   prestazione individuale possibile in una data specialità o disciplina sportiva.
Il livello internazionale di prestazione continuamente crescente non consente più, al giorno d’oggi, nemmeno ad un grande talento di prepararsi ad elevate prestazioni in svariate specialità. Ciò ovviamente non esclude che nel corpo dell’allenamento possano essere previste ed incluse anche esercitazioni di altre discipline svolte a fini ausiliari e complementari o di preparazione fisica generale. Dunque, in tal senso, il concetto della multilateralità nell’ambito dell’educazione fisica, soprattutto giovanile, non viene negato ma contemplato in un ambito più ampio.

2)  L’allenamento è in elevata misura un processo individuale di formazione.
Poiché la prestazione è la risultante di numerose componenti, che negli atleti     singolarmente presi possono spiccare in misura differente, diviene determinante saper rilevare le qualità o le lacune di ciascuno per poter far risaltare le prime e colmare quanto possibile le seconde. In tal senso allenarsi in gruppi non si rivela solo più economico ma costituisce un’importante condizione per il confronto tra fisici e personalità diverse, che permette apprendimento cognitivo e visivo e stimoli lo spirito di emulazione, pur lasciando spazio alle individualità ed al loro inserimento nel lavoro di insieme. Tutto questo si traduce nella somministrazione soggettiva degli stimoli allenanti e nella scelta di partecipazione alle gare.

3) La condotta generale di vita dell’atleta deve adattarsi alle esigenze dell’attività sportiva di prestazione, così da contribuire all’elevazione della prestazione stessa.
 Cosicchè l’allenamento si inserisce in tutti i campi della vita quotidiana e in  determinati periodi potrebbe rivelarsi determinante, sia pur nel rispetto della storia personale, della personalità e delle peculiarità temperamentali e morali di  ogni atleta in quanto soggetto umano unico e irripetibile.

4) L’allenamento sportivo è contraddistinto dalla programmazione e dalla sistematicità, per cui si differenza in maniera sostanziale da altri elementi che possono comunque, benché estemporanei e ludici, esercitare un’influenza sulle capacità complessive di prestazione fisica e, altrettanto, dall’attività fisica motoria generale o da quella formativa preadolescenziale.
La metodicità dell’allenamento trova la propria espressione nei programmi di allenamento i quali, costruiti sulla base di conoscenze scientifiche ed esperienze sul campo a seguito di pratiche efficaci, assicurano la costruzione sistematica e continua della capacità di prestazione.

5) Un contrassegno ormai imprescindibile è proprio la scientificità dell’allenamento sportivo.  
Mentre in passato, con atleti di particolare genetica, era ancora possibile raggiungere prestazioni di rilievo sulla base di esperienze pratiche di singoli allenatori, all’attualità per l’assimilazione teorica e la costruzione metodica rivestono un ruolo di fondamentale importanza la medicina sportiva, la psicologia, la biomeccanica, la biochimica ed altre scienze quali cibernetica, matematica, neurofisiologia, sociologia, scienza della conduzione. Alla scientificità dell’allenamento appartiene nondimeno il sapersi orientare, da parte del coach, sulla scorta dei risultati dei predecessori e di grandi atleti, generalizzando tali esperienze ed inserendole in modo creativo ed autonomo in relazione con le condizioni specifiche della disciplina cui si ha a che fare e con il materiale umano a disposizione.

6) Come in un qualunque processo pedagogico, l’allenamento sportivo è vincolato dalla menzionata unità dei concetti di formazione ed educazione.
Da parte degli allenatori si tratta di notare e considerare le correlazioni esistenti tra capacità potenziali e disposizione individuale alla prestazione, utilizzando poi tale disamina ai fini dell’elevazione ottimale della prestazione stessa. L’azione di guida del tecnico, pure nel rispetto della sfera d’autonomia dell’atleta, deve essere intesa in forma globale ed estendersi con giusta misura dagli aspetti dell’allenamento a vari altri elementi della vita personale, relazionale e sociale dell’atleta, allo scopo di conoscerli, comprenderli e ricondurli in un’azione sinergica rivolta al raggiungimento della performance atletica. Il ruolo di guida tuttavia non deve trascendere in forme assillanti e neppure  degenerare nella eccessiva tutela o nel “mammismo” sul giovane atleta. Elevate prestazioni sportive sono infatti inconcepibili, in particolare nelle discipline singole, senza il contributo creativo e il comportamento maturo ed autonomo dell’atleta protagonista, di conseguenza dette connotazioni costituiscono un presupposto inderogabile per un efficace risultato in gara e par la lunga durata di un proficuo rapporto tra allenatore atleta, nel quale ciascuno riversi la propria ricchezza umana.
Pertanto, il lavoro del coach deve essere orientato ad una fattiva collaborazione maestro-allievo a partire dall’allenamento adolescenziale, per poi trasformarsi e fondersi in una stretta amicizia allenatore-atleta nell’allenamento di alta prestazione.
L’obiettivo ultimo dovrebbe essere quello di ottenere la piena consapevolezza da parte dell’atleta del lavoro svolto, in modo di consentirgli il perseguimento di un sufficiente grado di autonomia per poterlo proseguire autonomamente, trasmettendo a sua volta ad altri, in futuro, le conoscenze, le esperienze ed i valori assimilati.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mar Ott 01, 2013 12:42 pm

Lo stato di allenamento


Sotto l’influenza dei carichi di allenamento e di gara, oltre che in virtù di vari accorgimenti orientati allo sviluppo della possibilità di prestazione e disponibilità alla stessa, viene elevata la capacità di prestazione dell’atleta: questo stato di più elevata capacità prestativa lo possiamo chiamare “stato di allenamento”.
Lo stato di allenamento comprende differenti componenti. Si tratta di capacità fisiche ed intellettuali, di abilità tecnico-sportive, tattiche, di particolarità psichiche.
Uno stato di allenamento ottimale, corrispondente al rispettivo stato di perfezionamento di ogni atleta, è caratterizzato dall’unità armonica delle anzidette componenti principali. Un ruolo determinante lo gioca inoltre la capacità dell’atleta di mobilizzare completamente le proprie riserve fisiche di prestazione mediante tensioni massimali nel corso della gara.
Per programmare il processo di allenamento, è importante che l’allenatore si procuri man mano delle informazioni sullo stato di allenamento, ricavabile in massima parte dalle gare e dalle prove di prestazione. Ulteriori informazioni sulle condizioni di sviluppo dei singoli fattori che determinano lo stato di allenamento si ottengono mediante test pedagogico sportivi, esercitazioni di controllo, esami funzionali di natura medica, test psicologici, ecc. Questi controlli dovrebbero essere effettuati periodicamente a brevi intervalli di tempo, possibilmente in forma comparata; poi valutati accuratamente e celermente, interpretati in collegamento con l’osservazione quotidiana o comunque regolare delle singole unità di allenamento, al fine di accertare i punti forti e le lacune dell’atleta, il suo stato generale del momento e prendere decisioni sul progredire del decorso di allenamento.
Il confronto tra i risultati delle ricerche e le prestazioni di gara consente di formulare deduzioni quanto più possibili attendibili sul grado di collegamento tra le componenti fondamentali dell’allenamento in condizioni di competizione.
Lo stato di allenamento si sviluppa in modo relativamente continuativo se nel processo non intervengono interruzioni, infortuni, imprevisti e se le richieste di risultato sono conformi alla capacità prestativa individuale. Lo sviluppo non sarà tuttavia sempre collegato ad un miglioramento ininterrotto dei risultati di gara, in quanto per la costruzione di un livello di prestazione altamente specializzato si renderà necessario orientare saltuariamente il processo di allenamento su singole componenti, al fine di migliorarle e rinunciare pertanto, in tali periodi, ai carichi specifici da competizione. Ciò spiega perché in talune fasi - ad es. nei periodi preparatori - la prestazione subisca un leggero deterioramento. Solo successivamente dovrà essere approntata un’apposita fase di trasposizione (transfert) delle risultanze di tutte le componenti allo scopo di pervenire alla massima performance nel prestabilito periodo competitivo.
Qualora ciò non si dovesse verificare, vorrebbe dire che sono stati commessi degli errori di metodica in una delle fasi del processo di allenamento (a partire dal periodo preparatorio sino a quello competitivo), che hanno inficiato il risultato finale.


Per raggiungere elevate prestazioni sportive si usano più mezzi di allenamento e, tra essi, in prima linea vanno elencati gli esercizi fisici.
Questi devono corrispondere agli obiettivi ed ai compiti del processo di allenamento e non possono quindi essere scelti ed attuati in maniera casuale e indiscriminata.
La razionalità di un esercizio nell’allenamento rivolto alla prestazione sportiva proviene esclusivamente dalla propria utilità in funzione dello sviluppo della stessa nella disciplina di gara prescelta.        
Si tratta quindi di mettere in opera quelle esercitazioni e somministrare quelle dosi di stimolo allenante che assicurino un ritmo elevato nel miglioramento della prestazione e contribuiscano a creare i presupposti per lo sviluppo continuo della prestazione medesima nel tempo.


La classificazione degli esercizi nello sport di prestazione risulterà pertanto adeguata se effettuata in base alla loro forma e struttura in rapporto al gesto di gara. Per cui distinguiamo tra:

- esercizio di gara, cioè il movimento completo eseguito secondo le autentiche situazioni richieste dalla competizione nella data disciplina, ancorché non allo stesso grado di intensità e qualità del risultato;

- esercitazione specifica, cioè quella contenente elementi del movimento motorio, sia pure parziale o modificato, nella quale il coinvolgimento muscolare e tecnico sia simile ed orientato nei rapporti forza/spazio/tempo a quanto avviene nella competizione;


- esercitazione di sviluppo e potenziamento generale, cioè tutte quelle perlopiù prelevate da altri sport e comunque generiche rispetto all’esercizio di gara e collegabili ad esso solo indirettamente o sul piano di una preparazione e condizionamento globali.    


L’esercizio di gara nella maggior parte degli sport, in particolare nei giochi sportivi e negli sport di squadra, è il principale mezzo di sviluppo dello stato di allenamento, sia nel periodo preparatorio quanto in quello di gara, per ovvi motivi di perfezionamento ed automatismo tecnico e tattico.
In tutti i casi anzidetti, la parte di allenamento con l’esercizio di gara, nell'ambito del ciclo totale, deve essere preponderante rispetto alla somma complessiva in cui vengono messi in opera altri mezzi allenanti.
Pertanto pure in quelle discipline la cui pratica è condizionata dal clima, si deve cercare di sviluppare e sfruttare validi surrogati che corrispondano all’esercizio di gara.
Le precise proporzioni relative alla quota parte dei mezzi allenanti dipendono dalle particolari esigenze della disciplina di cui trattasi e dalla capacità prestativa individuale.
Se le condizioni esterne all’allenamento ed il dosaggio dello stimolo corrispondono alle esigenze di gara o vi si avvicinano considerevolmente, parliamo di allenamento specifico di gara.
A detta forma di allenamento appartengono, ad esempio, il combattimento libero o condizionato negli sport quali lotta, pugilato, scherma ecc, le partite di allenamento nei giochi di squadra, l’insieme di esercizi collegati nella ginnastica artistica o nel pattinaggio o l’allenamento di sezioni di corsa parziale per l’atletica leggera.
L’allenamento specifico di gara è quella forma di allenamento complesso con il cui ausilio si crea l’unione delle singole componenti determinanti lo stato di allenamento e si accelera il processo di adattamento fisico, psichico, tecnico e tattico.
L’entità dei carichi specifici resterà più bassa rispetto a quella totale somministrata nei diversi periodi in altre esercitazioni, poiché maggiore sarà invece il carico interno a livello di sistema nervoso.
Spesso, per un più rapido sviluppo delle singole componenti e per l’elevazione in termini di sopportabilità della capacità di carico, l’esercizio di gara non è svolto in condizioni del tutto eguali a quelle che si verificheranno in competizione.
Senza soffermarsi sulle molteplici possibilità di scelta, talvolta le situazioni potrebbero rivelarsi pure più difficoltose rispetto alla gara: per es. giocare su di un campo ridotto per un rapido sviluppo della destrezza e per la capacità di reazione, saltare e giocare oppure un carico appesantito, maggior resistenza frenante per lo sviluppo della forza o ancora richiedere un’elevata velocità nell’allenamento di resistenza per lo sviluppo della capacità anaerobica.


Per mezzo delle esercitazioni specifiche vengono sviluppate in primo luogo le capacità fisiche che determinano la prestazione, tra esse le varie qualità di forza, la velocità e la mobilità.
Il vantaggio dei mezzi ausiliari specifici consiste soprattutto nel fatto che consentono un dosaggio di stimolo più razionale e più efficace rispetto all’esercizio di gara. A tal proposito, si può rilevare che carichi addizionali per lo sviluppo delle capacità di forza, se in dose troppo elevata nell’esecuzione degli esercizi gara, alterano considerevolmente la struttura del gesto motorio e l’andamento forza/tempo al punto da poter creare un’errata coordinazione del movimento.
Cosicché, per aumentare l’efficacia del processo d’allenamento, si rafforza la tendenza a predisporre la scelta degli esercizi ed il dosaggio dei relativi stimoli in maniera da assolvere contemporaneamente più compiti fondamentali, in particolare affinchè siano sviluppate capacità fisiche complesse prendendo in considerazione le esigenze specifiche della competizione.
Si sottolinea che le esercitazioni specifiche non sono affatto un surrogato ma un mezzo indispensabile di allenamento, che assume un ruolo determinante nel periodo di preparazione e che diventano realmente efficaci solo se poste in stretta correlazione con l’uso dell’esercizio di gara.
All’opposto, alcuni atleti hanno commesso l’errore di prendere in considerazione le esercitazioni specifiche solo nel periodo preparatorio, limitandole molto nel periodo di gara. In tali casi, però, i risultati migliori si ravvisano solo nella fase iniziale del periodo competitivo e non nell’ulteriore decorso stagionale, poiché non si riesce a conservare intatto a lungo il raggiunto livello di performance delle qualità fisiche.
Ecco perché appare importante attuare durante l’intero anno entrambe le esercitazioni (di gara e specifiche) e  controllare metodicamente il livello delle qualità fisiche conseguito.  


Sovente il valore e l’importanza delle esercitazioni di sviluppo generale in parecchie discipline sportive viene sottovalutato, soprattutto per ciò che riguarda l’allenamento giovanile.
Ha preso piede la tendenza ad elevare intensamente la dose degli stimoli di tipo specifico, abbassando quelli connessi all’allenamento generale, per la bramosia di conseguire presto risultati eclatanti.
Molti atleti così migliorano rapidamente ottenendo, pur ancora appartenenti alle categorie giovanili, l’accesso a livelli internazionali assoluti, mentre gli atleti adolescenti con una preparazione di base più estesa raggiungono generalmente più tardi il livello di eccellenza, che però riescono a mantenere su standard consolidati e duraturi.

Non è ancora stata esaminata a sufficienza l’influenza ed il nesso causale che le esercitazioni di sviluppo generale riescono ad avere sulla costruzione della prestazione e addirittura, in talune discipline, è persino difficile stabilire una netta linea di separazione tra esercitazioni specifiche e generali.
In ogni caso, sembra perlomeno di poter dare per assodati i seguenti punti:

1) mediante l’apprendimento e l’esercizio con movimenti di tipo svariato si migliora la capacità di coordinazione: l’atleta può pertanto assimilare con maggior facilità l’apprendimento di tecniche sportive complesse e raggiungere in un secondo tempo un miglior livello prestativo. In tal senso risulta importante un’istruzione sportiva multilaterale di base sin dall’infanzia, in particolare per la successiva specializzazione in discipline che richiedono alte esigenze coordinative (ginnastica artistica, tuffi, sci alpino, giochi sportivi);

2) l’organismo infantile e di un adolescente, trovandosi in fase di costante crescita, ha un apparato osteo legamentoso relativamente poco solido e dunque carichi d’espressione unilaterale potrebbero impegnarlo in modo eccessivo e sbilanciato. Nell’esperienza quotidiana è stato osservato che atleti giovani che hanno tralasciato le esercitazioni di sviluppo generale a favore di carichi più specifici sono soggetti ad un indice di probabilità d’infortuni più alto rispetto a chi si è allenato secondo percorsi più completi.

3) La tolleranza allo sforzo e la rapidità di recupero dipendono pure, in certa misura, da una capacità del sistema cardio circolatorio superiore alla media: in molte specialità, tuttavia, i previsti mezzi di allenamento specifici non sono idonei né sufficienti a garantire questo adattamento (nella lotta, nella boxe, nel sollevamento pesi, nel tennis, ecc.) e per lo sviluppo della capacità di resistenza al lavoro risulta molto utile immettere nel programma alcune esercitazioni cicliche di sviluppo generale e proprie dei giochi sportivi;

4) L’esercizio di gara e le esercitazioni specifiche impegnano e rafforzano soprattutto quei distretti deputati a sopportare il lavoro fisico principale, lasciando più indietro il condizionamento di altri muscoli o della struttura articolare e tendinea a cui, ciononostante, viene poi richiesto di intervenire sinergicamente o in azione di antagonismo prevalente. Le esercitazioni generali possono contribuire a far si che dette zone non rappresentino affatto l’anello debole di una catena cinetica e neppure siano incapaci a produrre un adeguato sforzo isometrico od eccentrico rispetto a quest’ultima;

5) Alcuni esercizi di sviluppo generale, se noti e usuali in chi è chiamato ad applicarli, possono costituire un’utile variante all’interno di sedute o durante quei microcicli dedicati al recupero attivo, contribuendo tra l’altro a rendere più varia e quindi sostenibile una pianificazione lunga che, giocoforza, incorre in momenti di monotonia che mettono a dura prova il carattere, la personalità e il sistema nervoso dell’atleta.

6) Un ulteriore impiego delle esercitazioni generali – comunque da non sottovalutare – può ravvisarsi in certe situazioni particolari, nel corso delle quali condizioni oggettivamente difficili (fattori climatici, infortuni, difficoltà logistiche) limiterebbero o escluderebbero di fatto la possibilità di praticare esercitazioni specifiche con richieste di mezzi adeguati.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mar Ott 01, 2013 6:56 pm

INTERESSANTE!!!
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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mer Ott 02, 2013 2:44 pm

...leggendo questo interessante articolo, i conti tornano quando penso a certe scelte di allenamento prescrittemi dal mio Mister...peraltro autore dello stesso!!
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Tonymusante
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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mar Ott 08, 2013 10:05 am



Il carico di allenamento : l’adattamento    



La capacità di prestazione è sviluppata principalmente dagli stimoli del movimento. Se detti stimoli sono dosati in maniera da determinare un effetto allenante e quindi da contribuire allo sviluppo, mantenimento e consolidamento dello stato di allenamento, parliamo di carico di allenamento.
Si è soliti operare una distinzione tra carico esterno e carico interno.
Il carico esterno è determinato dall’entità e dall’intensità degli stimoli costituenti il carico nonché dalla densità, dalla loro durata e frequenza.
Le singole componenti citate sono tutte misurabili, pur con qualche comprensibile limitazione per talune discipline sportive.
Ogni carico esterno provoca una reazione funzionale a livello fisico e psichico che viene definita come carico interno e contraddistingue il grado di sforzo percepito dall’atleta: la grandezza e l’intensità del carico interno sono influenzate dalle singole componenti di quello esterno.
Per tale motivo, ad identica somministrazione di carico esterno non sempre corrisponde la medesima misura di carico interno; alle condizioni che possono modificare quest’ultimo appartengono i momentanei stati fisici e psichici dell’atleta, le condizioni di impianti e attrezzature, fattori metereologici e - secondo Mathesius – pure fattori sociali, quali i rapporti atleta/compagni di squadra e atleta/allenatore.


L’adattamento è l’organizzazione dei sistemi funzionali fisici e psichici che si verifica sotto l’influenza di carichi esterni per ottenere un più elevato livello di prestazione e la disposizione a condizioni esterne specifiche.
Tra carico ed adattamento esistono rapporti ben precisi:

1) l’adattamento si verifica solo se gli stimoli raggiungono un’intensità adeguata alla capacità individuale di prestazione ad una dose minima.
Quanto più ci si allontana dal valore ottimale, per carichi troppo piccoli o troppo grandi, tanto minore risulterà l’effetto allenante;

2) il processo di adattamento è il risultato di un’esatta alternanza tra carico e recupero.
In una seduta il carico produce inizialmente un processo di affaticamento, facendo abbassare la capacità funzionale dell’organismo poi,  nella fase di recupero, le fonti energetiche consumate devono poter essere ristabilite, sotto il profilo biochimico, oltre il livello iniziale, dando origine al cosiddetto fenomeno di supercompensazione, che costituisce la base per l’ulteriore progresso prestativo;

3) negli atleti di elevata qualificazione il processo di conversione sopra accennato, che Matwejev chiama di “trasformazione ritardata”, può durare persino mesi, durante i quali è impedito il flusso formativo continuativo sull’effetto allenante del carico necessario per un’ottimale regolazione del processo di allenamento.
Senza la pratica sistematica di adeguate procedure di controllo, solo i risultati di gara potrebbero attestare l’adeguatezza dei carichi somministrati ma, a quel punto, eventuali errori non sarebbero rimediabili. E’ dunque importante sperimentare, sviluppare e inserire ulteriori procedure di controllo sullo stato dell’allenamento che vadano oltre i test consuetudinari e la valutazione sul campo;

4) l’adattamento progressivo non consente solo maggiori risultati ma aumenta anche la capacità di sopportazione dei carichi successivi;

5) l’adattamento rallenta e si esaurisce con frequenti interruzioni dell’allenamento, per cui è opportuno evitare periodi di transizione post o intra competitivi di durata eccessiva;

6) l’adattamento dell’organismo avviene sempre nella direzione richiesta dalla struttura del carico.
Ne consegue che carichi di grande entità (numero) ma bassa o media intensità sviluppano le capacità di resistenza, mentre quelli di ridotta entità ma con intensità massimale o sub massimale incrementano le capacità di forza e velocità.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mer Ott 09, 2013 12:43 pm



Il  Carico di allenamento:  le componenti di carico  

 

Si è già fatto cenno alle componenti fondamentali del carico esterno d’allenamento e cioè dello stimolo allenante, che possono essere così riassunte e definite:
- intensità dello stimolo,
- densità dello stimolo,
- durata dello stimolo,
- entità dello stimolo,
- frequenza dello stimolo.


             
a) Intensità dello stimolo.


L’intensità dello stimolo è essenzialmente caratterizzata dalla forza dei singoli stimoli e in particolare dal lavoro effettuato durante l’unità di tempo in una serie di stimoli.
Le unità di misura dell’intensità dello stimolo usate per gli esercizi di resistenza e velocità sono la rapidità (mt/sec.) o la frequenza del movimento; nelle discipline di forza e potenza è la resistenza da vincere (espressa in kg. o kgm./sec.), nei salti e lanci sono la distanza o l’altezza (espresse in mt. o cm.), mentre nei giochi sportivi o negli sport da combattimento - in senso traslato – la misura dell’intensità è data dal ritmo agonistico.
Poiché i singoli esercizi possono essere eseguiti con differente intensità, per la programmazione dell’allenamento si è soliti distinguere tra differenti gradi di intensità , con i quali confrontare i carichi cui l’atleta è sottoposto.
Ponendo ad es. come punto di riferimento l’intensità di stimolo più elevata possibile (100% = intensità massimale), Carl distingue cinque gradi di intensità nell’allenamento dei pesisti:
30-50% = i. scarsa,
50-70% = i. leggera,
70-80% = i. media,
80-90% = i. sub massimale,
90-100% = i. massimale.
Allo stesso modo, nelle discipline di resistenza a carattere ciclico (corsa, nuoto, ciclismo, ecc.) i punti di riferimento da cui ricavare i gradi di intensità sono la migliore prestazione del momento o l’attuale velocità individuale di gara.

L’intensità dello stimolo deve superare un valore limite minimo per lo sviluppo delle diverse qualità fisiche. Hattinger ha ad esempio stabilito che un allenamento di forza muscolare statica con intensità di stimolo inferiore al 30% non produce alcun aumento di forza. Negli esercizi ciclici di resistenza, invece, la velocità deve essere tale da superare una frequenza cardiaca di 130 battiti/minuto.
In linea di principio, si può quindi distinguere tra un grado di intensità efficace ed uno inefficace. Così, sempre a titolo esemplificativo, la resistenza necessaria nelle discipline di lunga durata si può sviluppare bene con un’intensità di stimolo tra  il 70 ed il 100% della intensità individuale di gara specifica per esse.

L’intensità dello stimolo influisce non solo sul ritmo di sviluppo ma pure sul consolidamento degli adattamenti:

- se l’intensità è minima, la rispettiva qualità si sviluppa in modo lento ma continuativo e raggiunge un elevato grado di stabilità. E’ necessaria di contro un’elevata entità di stimolo (ovvero volume, vd. poi) mirando ad aumentare le caratteristiche di sopportabilità della capacità di carico;

- se l’intensità è più elevata (carichi intensivi), l’aumento di prestazione è più rapido ma meno stabile, per cui occorre consolidarlo con carichi estensivi più numerosi ancorché di minor entità;

- la scelta dell’intensità dello stimolo deve dipendere non solo dalla ricerca dell’adattamento funzionale e morfologico ma pure prendendo in considerazione l’aspetto tecnico. L’intensità va elevata senza pregiudicare l’esecuzione del gesto motorio, per stabilizzare la tecnica sportiva in conformità alle esigenze di gara.    




b) Densità dello stimolo


Si definisce tale il rapporto di tempo tra fasi di lavoro e fasi recupero all’interno di una seduta di allenamento.
E’ stabilita sulla base degli obiettivi e dei compiti della seduta stessa ed è subordinata alle componenti di intensità e durata dello stimolo.
Mediante la densità sono armonizzati tra loro carico e recupero della seduta poiché, se ottimale, assicura l’efficacia proprio del carico e impedisce un precoce esaurimento delle energie psico fisiche dell’atleta.
Nell’allenamento di resistenza con il metodo del carico continuativo (senza interruzioni) la densità è nulla, mentre con il metodo intervallato si considera generalmente una densità di stimolo da 1:0,5 fino a 1:1 (cioè, 1’ di lavoro e 30” di recupero oppure 2’ di lavoro e 2’ di recupero), avendo cura di riprendere il nuovo lavoro con frequenza cardiaca non superiore a 120/140batt./min.
Con carichi ad intensità sub massimale per la resistenza alla velocità tipica dei mezzofondisti, gli intervalli di tempo richiesti sono maggiori e la densità di stimolo va da 1:3 a 1:6.
Nell’allenamento di forza e velocità con intensità da sub massimale a massimale, sono particolarmente indicati intervalli tra 2’ e 5’ tra singoli stimoli o tra brevi serie di stimoli.

Nel caso in cui si segua il metodo intervallato, riguardo alla densità nella singola seduta, occorre tener presente che:
- l’effetto allenante è da considerarsi ottimale solo se è corretta la successione tra carico e recupero,
- l’intervallo tra un carico e l’altro è, di regola, tanto più lungo quanto più elevata è l’intensità dello stimolo e quanto più lunga la sua durata,
- con il progredire della capacità di prestazione si accorciano i tempi di recupero necessari.



c) Durata dello stimolo


Per durata dello stimolo si intende sia la durata di un singolo stimolo, sia la durata di una serie di stimoli nel corso dell’allenamento, sia la durata di una fase di carico nelle esercitazioni cicliche.
La durata, in concorso con le altre componenti, influenza tanto l’efficacia quanto l’orientamento dell’effetto di allenamento.
Per lo sviluppo della forza massimale, secondo Gundlach, non è necessaria solo un’elevata tensione muscolare (alta percentuale di carico) ma anche una durata di stimolo relativamente lunga (congruo numero di sets a fronte di un ridotto numero di reps).
Nell’allenamento di forza muscolare statico la durata dello stimolo dovrebbe ammontare almeno al 20-30% del tempo massimale di possibile mantenimento.
Nell’allenamento di resistenza, Karvonen ha potuto stabilire che si verifica un considerevole aumento di prestazione se la durata dello stimolo, purchè di intensità efficace, ammonti almeno a 30’.
Più o meno simili le conclusioni a cui è pervenuto Hollmann mentre, nelle ricerche sul lavoro intervallato, Christensen ha riscontrato che l’organismo reagisce alla differente durata dello stimolo, benché di pari intensità.
Reindell, Van Goor, Bassan ed altri hanno accertato che, con intensità sub massimale inferiore a 60” e adeguato intervallo, l’assorbimento di ossigeno ed il volume d’urto aumentano e si verifica pertanto uno stimolo particolarmente idoneo all’ingrossamento del volume cardiaco, mentre con una durata di stimolo maggiore si ottiene il massimo dell’assorbimento di ossigeno durante il carico singolo.
Per l’assuefazione ad uno squilibrio acido basico in gara, nelle discipline sportive di breve e media durata, Strauzenberg ritiene necessaria una durata dello stimolo di almeno 2’, con intensità relativamente elevata.
Nell’allenamento di potenza e velocità, la durata dello stimolo dovrebbe protrarsi fintanto che non si verifichi un decremento della prestazione, al contrario nell’allenamento di resistenza alla forza, con esercitazioni specifiche, si tende a creare un’elevata capacità di opposizione alla stanchezza; per cui sarebbe errato, in tale ultimo caso, interrompere la serie di stimoli al manifestarsi dei primi segnali di stanchezza, essendo obiettivo prioritario quello di protrarre lo sforzo nell’impegno a terminare le serie prestabilite.



d) L’entità dello stimolo      


L’entità dello stimolo si ricava dalla durata e dalle ripetizioni di tutti gli stimoli in una singola seduta di allenamento.
Con i metodi di durata, nell’allenamento di resistenza, l’entità coincide con la durata dello stimolo.
Tuttavia, l’entità in generale differisce dalla durata per l’unità di misurazione utilizzata e per i parametri di valutazione.
Negli esercizi ciclici di resistenza la durata dello stimolo è stabilita in arco temporale mentre l’entità è determinata in chilometri; nell’allenamento di forza la durata è data dal tempo complessivo sotto sforzo in una serie (durata del singolo stimolo) o dal numero delle serie effettuate (durata della serie di stimoli), invece l’entità è data dal numero di ripetizioni svolto all’interno di una serie o dal numero delle ripetizioni complessive e, dunque, assume parametri di misurazione diversa in ordine all’estensione del singolo stimolo o di più stimoli, rispecchiando maggiormente il concetto di “consistenza dello stimolo” rispetto alla componente di durata effettiva.

Un carico, con un’intensità data, raggiunge efficacia piena solo se incentrato su di una corrispondente entità e ciò vale non solo per il progresso della condizione fisica ma pure per il perfezionamento della tecnica: solo infatti in virtù di un optimum di ripetizioni si producono le coordinazioni più accurate di un movimento che lo sostanziano come razionale.
L’entità deve essere dosata in base all’impegno fisico: con carichi di minor intensità sarà perciò maggiore rispetto a quanto necessita con intensità elevate. L’impegno fisico si manifesta con i primi segnali di stanchezza o, nelle esercitazioni tecniche, con lo scadimento del gesto motorio.
Il grado di impegno dell’atleta e quindi l’entità dello stimolo che lo ha stimolato deve essere posto in relazione e concordanza con le necessità individuali di recupero, dunque con il tempo a disposizione e con la componente frequenza allenante, che sarà ora esaminata.



e) Frequenza del carico e dell’allenamento


Le esperienze acquisite nella pratica dell’allenamento insegnano che la capacità di carico e di prestazione si elevano tanto più rapidamente quanto più spesso ci si allena, sempre che il carico previsto nelle singole unità di allenamento comprenda uno stimolo efficace e nel rispetto dei tempi di recupero all’interno e tra le sedute.
Questo assioma vale per tutte le fasce di età, poiché i processi di recupero si accelerano con il progredire dello stato di allenamento e, indipendentemente da altri fattori, pure la frequenza può in linea teorica aumentare.

In dipendenza dalla disciplina sportiva prescelta, dalle condizioni sociali, familiari, economiche e ambientali, dal livello dell’atleta e dalla realtà che quell’attività sportiva ricopre nel tessuto storico e territoriale del paese, sempre inoltre tenendo in conto le numerose eccezioni, si potrebbe tendere a:
- 3/5 sedute di allenamento settimanali per principianti, amatori, dilettanti e atleti in età evolutiva,
- 6/8 sedute per atleti progrediti e di anzianità anagrafica e curriculare, professionisti di talune specialità e adolescenti di altre discipline sportive con particolari caratteristiche d’impegno in giovane età,
- 8/12 sedute per i Maestri dello Sport, atleti di valore in giochi sportivi e discipline ad alta componente tecnico tattica, atleti di alta qualificazione in specialità a prevalente componente di resistenza aerobica.
Non è viceversa consigliabile un eccessivo incremento della componente “entità” nella singola seduta a scapito della frequenza di allenamento in quanto, ad un determinato grado di affaticamento, l’efficacia dello stimolo dato dal carico viene a diminuire, come pure il movimento diviene meno economico ed aumenta il rischio di incorrere in infortuni.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mer Ott 16, 2013 9:35 am




Carico Interno e Sovraffaticamento


Per un ottimale orientamento in ordine al carico da somministrare ed una costruzione razionale dei microcicli di allenamento, è necessario che l’allenatore sia informato sulla situazione inerente al carico interno, ovvero quello percepito e gravante sull’atleta.
Nella pratica quotidiana è possibile fare una sommaria valutazione del carico interno in relazione ai sintomi di stanchezza mostrati, come anche in base al decorso ed al ritmo del recupero.
Buoni effetti allenanti li provoca un carico atto a produrre un intenso affaticamento, dopo il quale tuttavia l’atleta dovrebbe ancora essere in grado di proseguire fisicamente e mentalmente una giornata lavorativa o di avere un buon rendimento scolastico e di studio; inoltre, dopo 24/48 h. dovrebbe essere capace di proseguire il programma di allenamento senza sforzi evidenti ed eccessivi.
A questo proposito, Sotow ed Iwanow hanno stilato una tabella indicativa con quelli che possono rilevarsi come i sintomi più importanti e significativi dopo sforzi di differente entità; in rapporto al grado con cui tali sintomi si esprimono può distinguersi tra carico minimo, medio, ottimale e limite.


tabella redatta e completata da  Sotow e Iwanow:
sintomi di affaticamento dopo uno sforzo di differente entità
.
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Sovraffaticamento


Se le esigenze dell’allenamento ed il carico complessivo della vita quotidiana corrispondono alla capacità di sopportazione di un dato atleta, solitamente lo stato di allenamento progredisce e si ottengono migliori risultati nei test, nei controlli di prestazione ed in gara.
L’affaticamento che si manifesta durante e dopo ciascun carico viene eliminato in modo relativamente rapido, con un ritmo che dipende dal carattere e dalla quantità del carico stesso.
La stanchezza causata da carichi di durata prolungata e di media intensità permane per un periodo sensibilmente più lungo rispetto a carichi di breve durata ma di intensità più elevata (allenamento di velocità).
Di regola, dopo un periodo di max 2 giorni anche a seguito di carichi notevoli si ristabilisce il valore di riposo iniziale.
Pertanto, potremmo definire l’affaticamento come un processo fisiologico in conseguenza di carichi che devono essere sempre commisurati alla capacità di prestazione e di sopportabilità dell’atleta.
Si parla invece di sovraffaticamento quando il carico complessivo dell’atleta - dovuto alla somma di allenamento, professione, studio, ecc. - supera la capacità di prestazione e tollerabilità del medesimo.
In questo caso, la capacità di prestazione non si ristabilisce del tutto, manifestando una progressiva e inarrestabile tendenza al decremento fino all’eliminazione delle cause che hanno provocato il sovraffaticamento. Si registrano significative alterazioni nell’attività del sistema nervoso centrale, che si ripercuotono soprattutto sulle ottimali correlazioni tra eccitazione ed inibizione.
Israel distingue tra uno stato di superallenamento basedovoide, con preponderanza del processo di eccitazione nervosa ed uno stato di superallenamento addinosoide, dove predominano i processi di inibizione: l’insorgere di una o dell’altra forma è favorita dalle tipologie soggettive del sistema nervoso e dal carattere del sovraffaticamento.
Sempre secondo Israel, infatti, i processi di inibizione si rafforzano in particolare sotto l’influenza di carichi di durata estremamente prolungata con leggero superdosaggio continuativo dell’entità di carico; mentre l’eccessiva eccitazione si manifesta specialmente con l’eccedere dei carichi di intensità massimale e sub massimale o per una troppo accentuata richiesta di capacità di concentrazione nell’assimilazione di movimenti complessi.

Appare dunque in tutta la sua evidenza l’imprescindibilità di una proficua collaborazione tra atleta, allenatore e medico sportivo (o equipe sanitaria).
Non ci trova d’accordo il concetto prevalente in anni trascorsi che il sovraffaticamento sia in genere da attribuirsi all’eccessiva quantità del carico in se, poiché spesso la sintomatologia sopra esposta si riscontrava, in passato, pure con pianificazioni che prevedevano carichi molto al di sotto di quelli successivamente dimostratisi tollerati.
A nostro parere (Harre & C.) le cause del sovraffaticamento vanno perlopiù ricercate negli errori commessi nella metodica di allenamento, in una condotta o tenore di vita non adeguati o in emotività e stati psichici estranei all’allenamento.


tabella Harre: motivi che provocano o favoriscono uno stato di sovraffaticamento
[Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]



Prima che inizi il calo del livello di prestazione, sono ravvisabili una serie di segnali premonitori: è quindi importante distinguere tra i normali sintomi di stanchezza, destinati a scomparire rapidamente e quelli dovuti al sovraffaticamento che permangono più a lungo. Ad esempio, occasionali disturbi del sonno, dopo una seduta molto impegnativa, contraddistinguono un isolato carico limite ma un’insonnia continuata deve senza dubbio essere valutata diversamente.
Il numero ed il grado di manifestazione dei sintomi in parola sono differenti. Si parte spesso con sintomi di natura psichica quali mutamenti d’umore, diminuita capacità di concentrazione ed aumentata eccitabilità; possono seguire disturbi del sonno, sudorazione abbondante, inappetenza che contraddistinguono uno stato già avanzato e devono essere valutati ed offrire motivo per energiche misure di intervento, al fine di evitare disturbi più seri con conseguenti difficoltà di coordinazione nel gesto atletico e irreversibile calo della condizione dallo stato di allenamento fin lì costruito.
I risultati dell’analisi della sintomatologia e del confronto tra allenatore ed atleta devono improntarsi alla massima fiducia reciproca: sarebbe maldestro il tecnico che interpretasse le giustificate lamentele dell’atleta da lui allenato come una mancanza di energia e di entusiasmo.
Disturbi  di poco conto sono facilmente eliminabili, mentre sovraffaticamenti persistenti possono condurre a manifestazioni patologiche quali alterazioni del ritmo cardiaco, esaurimento del potenziale biochimico, ecc. che comportano un’inevitabile e veloce calo della prestazione non più compensabile nel ristretto periodo del macrociclo.
Quindi è consigliabile, qualora si ravvisino i primi certi e importanti segnali ed aldilà dei motivi specifici che li hanno indotti, ridurre il carico complessivo del lavoro e, contemporaneamente, porre in atto o intensificare quegli accorgimenti atti a promuovere il recupero: massaggi, esercizi di recupero attivo, accorgimenti alimentari e d’igiene personale, sospendendo altresì gare e test di prestazione.
Non è tuttavia opportuno ricorrere  al riposo assoluto, poiché l’improvviso rilassamento potrebbe provocare ulteriori imprevisti disturbi.
Non appena invece si nota la scomparsa dei principali sintomi che avevano indotto agli interventi citati, si può con prudenza elevare dapprima l’entità e più tardi l’intensità del carico.
Si dovrà tuttavia dedicare del tempo alla scoperta, disamina e valutazione delle cause del sovraffaticamento, onde eliminarle e correggere di conseguenza il programma di allenamento, apportando le opportune modifiche alla struttura del carico, ossia al rapporto tra entità ed intensità, ai mezzi di allenamento prescelti (esercitazioni), alla disposizione e contenuto dei micro e mesocicli, ecc.          

                 
tabella Harre: sintomi rilevatori di uno stato di sovraffaticamento            
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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mer Ott 16, 2013 12:20 pm

Inserisco pure la tabella di Israel, con le misure terapeutiche suggerite per superare lo stato di superallenamento.


Indicazioni per superare i processi di eccitazione

Trattamento alimentare:
stimolare l'appetito e preferire sostanze basiche (latte, verdura, frutta),
ridurre il consumo di albumina,
niente sostanze eccitanti e voluttuarie (caffeina),
alcool solo eventuale e in misura realmente modica,
incremento vitaminico (soprattutto gruppo B,C e A) anche in forma di preparati integrativi sintetici.

Terapia fisica:
nuoto in libertà,
bagni completi alla sera (15'/20' minimo a temperatura di 33°-37°),
possibile utilizzare supplementi;
al mattino abluzioni e docce fredde con frizioni finali;
nel corso della giornata massaggi e ginnastica defatigante,
niente sauna.

Terapia climatica:
soggiorno a fasi alternate in regione tranquilla di campagna boscosa o media montagna,
evitare intenso irraggiamento solare, possibile quello di lampada a quarzo.


Indicazioni per superare i processi di inibizione:

Trattamento alimentare:
preferire sostanze acide (carne, uova, dolci),
incremento vitaminico.

Terapia fisica:
bagni e docce alternate,
sauna di medio grado di calore con docce fredde ripetute,
massaggi energici,
ginnastica intensiva con esercizi di forza veloce.

Terapia climatica:
ricercare un clima solare, caloroso e coinvolgente;
particolarmente adatto il soggiorno presso una località di mare frequentata.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mar Ott 22, 2013 9:17 am




I PRINCIPI FONDAMENTALI DELL’ALLENAMENTO



Nel processo di allenamento intervengono differenti leggi: biologiche e fisiologiche, biomeccaniche, pedagogiche, psichiche e logiche.
Esse vanno tenute tutte in debito conto affinché possano esse adeguatamente sfruttate ed è quindi importante che il tecnico possieda un ottimo livello culturale e scientifico e sia supportato da una valida equipe di collaboratori.
Nella scienza dell’allenamento la conoscenza e la raccolta di queste leggi ed i compiti di intervento per assolvere ad esse sono disciplinati dalla formulazione di altre leggi di natura generale che la scuola di Harre, di stampo socialista, definiva principi didattici.
Tali principi, che costituiscono una selezione delle leggi basilari per l’intervento nel campo specifico dell’allenamento sportivo, dovrebbero esser noti a tutti gli educatori, gli insegnanti, i tecnici ed i preparatori atletici. Essi sono validi per qualsivoglia processo pedagogico organizzato e dunque pure per l’allenamento sportivo in cui sono stati trasferiti; di conseguenza, possono essere applicati agli obiettivi specifici dell’allenamento.
Oltre a ciò, tuttavia, sempre seguendo le leggi che caratterizzano l’allenamento, il collettivo di Harre formula altri fondamentali principi, denominati precisamente principi del carico, che di proposito non sono inseriti tra i principi didattici teorici, in quanto esulano dalle leggi generali della natura del corpo umano come anche dai principi base della struttura dell’allenamento e dell’insegnamento sportivo ma vanno a costituire delle specificità nel processo di pianificazione di un programma d’allenamento, nella sua struttura in base alla disciplina praticata, della periodizzazione in fasi in ragione degli obiettivi prefissati e sul contenuto in termini di carico calcolato in relazione al livello dell’atleta.
Questi principi sono appunto tutti inerenti al concetto del carico di allenamento (già trattato nei post precedenti, n.d.r.) e non possono essere presi in esame isolatamente, a causa dell’indissolubile collegamento che li unisce e per il quale sono riconducibili a sistema, ovvero ad un insieme logico e preordinato che obbliga ad assimilarli e studiarli nella loro globalità e nella conseguente relazionalità.
I principi si riferiscono ad ogni aspetto e compito del processo di allenamento, ne determinano il contenuto, i mezzi o le esercitazioni impiegate, la metodologia scelta, l’organizzazione di tutte le fasi della preparazione: costituiscono una guida imprescindibile ed impegnativa per l’attività dell’allenatore, poiché fanno riferimento all’applicazione complessa e consapevole delle leggi generali del processo unitario formativo – educativo ed in quanto in essi si rispecchiano le esperienze generalizzate della pratica concreta.  

Harre ed i suoi collaboratori individuano 8 principi fondamentali del carico  di allenamento e, precisamente:

- principio della progressività del carico,
- principio della continuità o del carico per l’intero anno,
- principio della periodizzazione e costruzione ciclica del carico,
- principio della consapevolezza,
- principio della sistematica,
- principio dell’evidenza,
- principio della razionalità,
- principio della stabilità.


A mio avviso questa parte rappresenta la più interessante, compendiosa con riguardo all’argomento ed innovativa per la scienza sportiva del tempo di tutta la pur voluminosa trattazione della Teoria dell’allenamento di Harre, al punto che l’ho addirittura scelta per dare il titolo al presente thread (“I principi dell’allenamento nella Teoria di Harre”). Cool 
Proverò pertanto, a partire dalla prossima volta, ad illustrarvi detti principi portanti uno per uno, con le molteplici reciproche relazioni e connessioni intrecciate tra loro, dedicando un post per ogni principio formulato e sempre nel doveroso rispetto che merita la filosofia di concetto e di stesura originaria.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Ven Ott 25, 2013 12:02 pm

Bello cheers 
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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mer Ott 30, 2013 1:08 pm

[quote="Tonymusante"]


I PRINCIPI FONDAMENTALI DELL’ALLENAMENTO


MOLTO INTERESSANTE !!!!!Very Happy
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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Ven Nov 15, 2013 1:22 pm




1)  Principio della progressività del carico.




L’importanza di una somministrazione progressiva del carico di allenamento è un concetto remoto, noto pure agli atleti dell’antichità, come dimostra la leggendaria storia del celebre Milone di Crotone, conosciuto per aver trasportato per anni sulle proprie spalle un vitellino, divenuto nel tempo un manzo adulto e pesante.
Prescindendo dai racconti mitologici, l’importanza del concetto in questione ha indotto il collettivo di Harre a considerare e trattare la progressività come il primo dei principi del carico.

   
Come noto e già in precedenza ricordato, per carico nella scienza dell’allenamento non si intende esclusivamente  quel  “quantum”, espresso in cifre convenzionali, l’atleta di una certa disciplina si trovi a dover affrontare nelle sessioni di allenamento (chilometri, chilogrammi, ripetizioni, serie, ecc.) ma tutto il complesso degli stimoli applicabili ad un’attività sportiva dosati in maniera da avere effetti allenanti e contribuire così allo sviluppo, consolidamento e mantenimento di uno stato di allenamento.
Questi stimoli allenanti (stressor) somministrati dall’esterno (carico esterno) sono determinati e misurabili per entità ed intensità.
Inoltre – e si evince da quanto già detto in precedenza sull’argomento – affinché il carico sia efficace deve trovarsi in una relazione precisa con la capacità individuale di prestazione tale da sortire gli effetti desiderati; per cui carichi standardizzati perdono gradualmente ma fatalmente la loro efficacia allenante dal momento che concorrono in maniera insufficiente al miglioramento della prestazione.
Non deve pertanto essere accettato il concetto, invero piuttosto diffuso, che raggiunto un elevato livello prestativo il carico possa stagnare o persino ridursi: di regola, le prestazioni migliori ed i record sono stati ottenuti da atleti i quali - aldilà dello sviluppo tecnologico, delle migliorate condizioni di vita e dei passi avanti nelle  scienze biologiche – avevano guarda caso incrementato il proprio carico di allenamento rispetto ai campioni e detentori del passato, allenandosi cioè con maggior intensità o quantità o frequenza.


Esistono varie possibilità di incrementare gradualmente il carico.
Nell’addestramento tecnico tattico il carico è aumentato mediante richieste più esigenti riguardo alla coordinazione del movimento (ritmi, partenze, apprendimenti e risposte motorie, combinazioni varie ecc.); invece, nello sviluppo delle qualità di forza, resistenza e velocità l’influenza sul carico è principalmente ascrivibile ai parametri di quantità ed intensità.
Poiché è tuttavia controverso tra le varie scuole di pensiero e difforme tra le differenti discipline sportive stabilire con precisione in che misura sia opportuno agire sull’uno o sull’altro elemento, possiamo comunque stabilire con una certa dose di convinzione che: con l’aumentare della prestazione necessita che il carico divenga tanto più esteso quanto più intensivo.
E’ importante che tale postulato,  che implica il progredire dello stressor su entrambi i parametri, rispetti giocoforza i requisiti di gradualità e progressività, affinchè gli aumentati stimoli siano ben tollerati, metabolizzati e reindirizzati a finalità specifiche di progresso.


Nell’allenamento riservato alle categorie giovanili è stato riscontrato come si pervenga ad un adattamento più stabile e ad un maggior effetto finale sulla prestazione se si assume un comportamento prudente nell’elevare l’intensità ed al contrario si privilegia:
a - elevazione della frequenza (spingendosi addirittura a quella giornaliera per talune attività),
b - elevazione della quantità del carico per seduta, nel rispetto della densità (rapporto di tempo tra fasi di lavoro e di recupero),
c - elevazione della densità.


Ciononostante, le analisi dei risultati tecnici hanno consentito di rilevare che un’elevazione lineare e perfettamente progressiva (quale quella dell’esempio del vitello di Milone, di cui si è fatto cenno all’inizio) non sia così efficace per lo sviluppo dell’allenamento, fermo restando i progressi iniziali di neofiti e  giovanissimi, quanto dimostra esserlo l’aumento a sbalzi in intervalli di tempo determinati.
Infatti, il carico aggiunto deve riuscire a disturbare l’equilibrio psicofisico, paradossalmente opporsi momentaneamente alla capacità di prestazione ed obbligare altresì l’organismo ad un nuovo conseguente adattamento.
Questo processo è favorito dall’ elevazione quantitativa a sbalzi che prevede appunto intervalli di tempo durante i quali si crea l’adattamento; l’intervallo di tempo degli “sbalzi di carico” sufficiente ad innalzare il carico stesso e necessario per l’adattamento relativo ad esso è stabilito a priori, in base alle esigenze individuali e di calendario agonistico.
Tuttavia, come dimostrato da Hettinger, il processo di adattamento e quello successivo di consolidamento  non sempre camminano in parallelo: qualora ad un rapido aumento di prestazione - che sia dunque testimonianza di un veloce adattamento -  dovessero  seguire instabilità di risultati, predisposizione agli infortuni ed altri indici sintomatici di sovraffaticamento, vorrebbe presumibilmente significare che il carico è stato elevato con eccessiva rapidità e ad un pur discreto adattamento iniziale (forse dovuto alle caratteristiche dell’atleta ed al suo livello prestativo) non è comunque seguito un’altrettanto stabile ed imprescindibile fase di consolidamento.
In ogni caso, è difficile produrre indicazioni esatte sulle quote e percentuali ottimali di elevazione del carico. Matvejew ad esempio ha accertato, peraltro in specialità parecchio differenti, un’elevazione della quantità di carico oscillante tra il 20% ed il 50% da un anno all’altro.
I valori consuetudinari sono però condizionati più dalle situazioni e contingenze di allenamento nonché dal tempo a disposizione che non dall’effettiva capacità di sopportazione e sfruttamento di carico dell’atleta.
Ne consegue che in coloro che sono in grado di allenarsi in condizioni favorevoli si registreranno verosimilmente livelli temporanei di carico annuale maggiori di quanto riportato nelle statistiche sui valori medi.  
D’altronde l’esperienza insegna che esiste una stretta correlazione fra il ritmo di elevazione della prestazione e l’aumento annuale del carico, per cui si rivela senza dubbio proficuo sfruttare in tal senso, ovvero con l’ottimizzazione dei carichi in ascesa, le riserve di tempo a disposizione di tecnico ed atleta.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Gio Nov 21, 2013 9:58 am




2)  Principio della continuità o durata del carico per l’intero anno



Il secondo fondamentale principio del carico preso in esame da Harre rivolge all’atleta la richiesta di allenarsi senza interruzione per tutta la durata della stagione agonistica e dell’anno solare, inserendo all’interno di quest’ultimo, quasi si trattasse di un micro ciclo di scarico, un breve periodo di transizione da un anno all’altro o da un macrociclo all’altro (qualora siano previsti due macrocicli all’interno dell’anno), senza che si verifichi alcuna netta frattura ma semmai in modo tale che lo stato di allenamento possa continuamente svilupparsi e tendere verso un carico complessivo più elevato.

Alla base di detta esigenza vi sono i rapporti codificati fra il carico e l’adattamento ovvero il concetto di unitarietà tra l’organismo umano ed il mondo circostante, per cui dalla continuità di allenamento deriva un elevato carico generale e quindi un aumento della prestazione.
Al contrario, eventuali interruzioni del processo di allenamento condurrebbero ad un’involuzione degli adattamenti ed ostacolerebbero lo sviluppo di prestazione; inoltre, ripetute ed estemporanee interruzioni facilitano l’insorgere di disturbi nello stato di salute e maggiori difficoltà nella ripresa degli allenamenti.

Quanto appena affermato spiega perché - a giudizio degli autori - non sia consigliabile l’abitudine spesso  invalsa in molti sport, specialmente tra atleti non di elite, di effettuare lunghi periodi di vacanza o sosta totale, nel tentativo di cercare un ristoro soddisfacente.
In realtà il recupero passivo totale non dovrebbe superare la settimana, fatti ovviamente salvi i casi di infortuni, mentre i micro cicli o le fasi di transizione dovrebbero essere posti al termine di ogni macrociclo o anche al suo interno ma consistere in forme più blande o magari variate di allenamento, evitando un prolungato abbandono del gesto motorio principale o cadute verticali di carico.

Il punto di partenza per la costruzione dell’allenamento secondo il principio di continuità sono le leggi di sviluppo dello stato di allenamento.
A tal proposito giocano un ruolo di primo piano due fattori:

a) I più elevati risultati sportivi nella disciplina di gara sono raggiungibili solo a patto di elevare il livello del complesso generale delle componenti determinanti lo stato di allenamento; ciò riguarda le qualità fisiche ed intellettuali, lo sviluppo di nuove capacità sportive tecnico tattiche e la loro assimilazione, l’acquisizione di determinazioni volitive e caratteriali. Si tratta di presupposti da creare e far crescere mediante esercitazioni specifiche e generali, per le quali necessita un considerevole periodo di tempo nel macrociclo e dunque continuità di preparazione.

b) L’elevato livello delle singole componenti dello stato di allenamento è comunque sufficiente per condurre a notevoli risultati atleti giovani e principianti o intermedi; tuttavia, per ulteriori sviluppi, è necessario collegare tutte le componenti in modo complesso, prendendo in considerazione le esigenze di gara. A questo scopo ottemperano i carichi specifici, suscettibili però di provocare un logorio a lungo andare, tanto più rapido quanto maggiore è la densità delle gare e la parte dedicata ai carichi specifici nella preparazione. L’atleta può ovviare ad un inevitabile  decremento riducendo temporaneamente la parte riservata ai carichi specifici ed elevandoli di nuovo, in assenza di gare, dopo un periodo di parziale recupero attivo.


Entrambe le direttive sopra esplicate richiedono, pertanto, un periodo di allenamento prolungato e continuo, al cui interno poter inserire e svolgere tutte le esercitazioni reputate necessarie per le fasi di tempo previste nonché gli opportuni periodi transitori e di scarico atti a creare il fenomeno di compensazione per l’ottimale ed efficace distribuzione dei livelli prestativi nei momenti salienti della stagione e per tutto l’arco della stessa.
L’articolazione generale dell’annata di allenamento, che preveda tutte le componenti illustrate ricomprese nell’articolarsi delle relative fasi, in una successioni di periodi preparatori, specifici, competitivi e transitori rivolti al raggiungimento del massimo livello prestativo, coincidenti con le principali competizioni ed attraverso la continuità dello stato di allenamento, è contrassegnata dal termine di “periodizzazione” dell’allenamento.
La costruzione dell’allenamento annuale in periodi tramite la ciclizzazione degli stessi, che prenderemo in esame nel punto seguente, si fonda appunto sul requisito essenziale della continuità di carico per l’intero anno.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Gio Dic 12, 2013 1:20 pm




3) Principio della periodizzazione o costruzione ciclica del carico



Nella maggior parte delle discipline sportive risulta opportuno che un ciclo di allenamento completo, che si protragga per l’intera stagione agonistica annuale o che sia suddiviso in due o più parti, venga articolato in periodi di preparazione nei quali si alternino varie fasi: di preparazione generale, pre competitive, competitive, transitorie o di recupero, di sostegno, ecc.
Ogni periodo possiede pertanto delle specifiche peculiarità tutte rivolte ad un obiettivo finale univoco cui si vuole che l’atleta pervenga nelle condizioni ottimali di forma.
Questo modo di suddividere la preparazione in periodi, di raggruppare tra loro le settimane ed i mesi di allenamento per caratteristiche comuni e di prevedere in ciascuno di essi diversi articolati elementi allenanti e finalizzati alla competizione o alle competizioni principali viene appunto definita in gergo tecnico come “periodizzazione”.


Il periodo di preparazione generale distante dalle gare (e che oggi definiamo talvolta off season – n.d.r.) è, solitamente, a sua volta suddiviso in due tappe.

Nella prima di esse, che in genere è la più estesa nel tempo, si cerca di elevare la capacità di carico dell’atleta, creando i presupposti fisici, tecnici, psichici e tattici per un rendimento prestativo di qualità.
L’allenamento sarà orientato tecnicamente in maniera conforme alle condizioni di base determinanti per la riuscita nella disciplina, il volume delle esercitazioni generali più alto in rapporto ai carichi specifici, la quantità del carico maggiore rispetto all’intensità.
In questa prima tappa si cerca di sviluppare le singole componenti dello stato di allenamento, come per es. la resistenza aerobica dei corridori, vogatori e pugili, la forza massimale e la potenza dei lanciatori e saltatori, alcune capacità tecnico tattiche oltre che alla resistenza al lavoro dei giocatori di squadra, gli elementi tecnici dei ginnasti.
Esistono tuttavia notevoli differenze, durante l’arco di tempo coperto dalla tappa in esame, tra le varie discipline in relazione ai diversi mezzi di allenamento generale e specifico. In quelle di resistenza i mezzi specifici (esercitazioni di gara) debbono comunque costituire la parte principale la parte preponderante del carico (70/80% del tempo dedicato), ancorché a intensità moderate, affinché le capacità aerobiche possano ricevere un adeguato sviluppo; altrettanti mezzi specifici ma di tipologia tecnica e tattica sono invece appannaggio di quelle discipline che richiedono abilità di quel particolare tipo; inoltre, in alcune discipline di forza veloce le esercitazioni iniziali di sviluppo generale richiedono un periodo più ampio rispetto a quello delle esercitazioni di gara.
Ciononostante, nell’interesse della stabilizzazione della prestazione e del “feeling” con il gesto motorio ed i suoi automatismi, alle esercitazioni tipo gara non si dovrebbe mai rinunciare del tutto in alcun periodo, aldilà della percentuale di tempo da dedicarvi.

Le esperienze dedotte da tutte le discipline indicano che l’allenamento ed i risultati ottenuti al termine della prima tappa del periodo di preparazione, valutabili attraverso appositi test specifici, si rivelano poi determinanti per il prosieguo della stessa ed i progressi nelle specialità di pertinenza.
Si è soliti dedicare a questa tappa un lasso di tempo pari ad almeno un terzo dell’intero periodo periodale, dunque circa 4 mesi nel caso di periodizzazione semplice su base annuale e da due a due mesi e mezzo in nella periodizzazione duplice (semestrale).


Nella seconda tappa del periodo preparatorio (da taluni considerata oggi come periodo a se stante e definito “pre competitivo” – n.d.r.), è importante che le singole componenti dello stato di allenamento si colleghino tra loro per dar corpo alla prestazione di gara.
Sono portati avanti i compiti previsti nella tappa precedente ma l’allenamento assume contorni e caratteri più specifici: le esercitazioni generali sono ridotte di numero a vantaggio di quelle specifiche, aumenta il fattore intensità nel carico mentre resta costante il volume complessivo.
Nelle discipline tecniche, quali pattinaggio e ginnastica artistica, si da luogo alle esercitazioni che prevedono combinazioni di esercizi ed il loro uniforme sviluppo.
Se nel successivo periodo di gara i risultati ristagnano o decrescono, spesso il motivo va ricercato in un insufficiente o mal organizzato periodo precedente in cui l’intensità è ascesa troppo rapidamente oppure il carico specifico era eccessivo o ancora si è avuta una riduzione drastica del complesso generale di carico al termine della prima tappa del periodo.



Lo sbocco conseguente è dato dal periodo di  gara in cui si cerca di finalizzare l’insieme delle esercitazioni ottimizzando le prestazioni e mettendo in grado l’atleta di ottenere i massimi risultati a lui possibili.
Si assolve a tali compiti con carichi specifici ad elevata intensità sia in allenamento che mediante le competizioni, alcune delle quali svolte proprio per raggiungere gradualmente il top della forma.
Nelle discipline in cui la forza massimale, la forza veloce o la velocità costituiscono i fattori determinanti (salti, lanci, sprint, sollevamento pesi), la quantità del carico si abbassa più intensamente rispetto alle discipline che enfatizzano le qualità di resistenza o forza resistente.
La frequenza di gare è valutabile soggettivamente riguardo all’atleta, al suo curriculum ed alla specialità praticata.  Comunque, allo scopo di prevenire una perdita di prestazione, si deve attribuire particolare importanza alle esercitazioni specifiche ed alle abilità e capacità tecnico tattiche, mentre le esercitazioni di sviluppo generale servono in prevalenza al recupero attivo.
Lo sviluppo della prestazione è guidato dalla frequenza delle competizioni e delle esercitazioni relative: ci si può attendere un picco in un lasso di tempo compreso tra le 6 e le 10 settimane dall’inizio del periodo in esame.
Se, per ragioni di calendario o di qualificazioni, il periodo competitivo dovesse prolungarsi, è opportuno inserire una tappa di più settimane senza gare, in cui è diminuito il complesso delle esercitazioni specifiche e leggermente aumentato quello delle esercitazioni generali, per rigenerare le energie fisiche e psichiche aggredite da carichi intensi, evitare il decremento repentino della prestazione e l’insorgere di subdoli infortuni, creando le premesse per un’efficace ripresa della stagione agonistica.
Dopo 3 o 4 settimane non è insolito verificare persino un ulteriore aumento delle prestazioni.



Al termine del periodo di gara si procede a pianificare un periodo di transizione di durata variabile (per esigenze agonistiche), con caratteristiche simili a quello inserito tra i due picchi del periodo competitivo, con la preferenza di esercitazioni di tipo generale al fine di ripristinare le energie e la condizione.
A seconda dell’impegno della stagione, dell’età e delle caratteristiche dell’atleta e della disciplina praticata, il periodo transitorio può avere una durata variabile da 1 fino a non oltre le 4 settimane, sempre in modalità di recupero attivo.
Il riposo pertanto non è mai completo e, oltre le ricordate esercitazioni di sviluppo generale, si privilegiano le attività di recupero e riabilitazione, le esercitazioni della tecnica di base e la pratica di sport alternativi alle specialità praticate e valutati nella fattispecie come miorilassanti.


La durata di un ciclo periodico risente di molteplici fattori che si intersecano tra loro e sono direttamente connessi con la disciplina praticata ed il calendario posto in essere dalla Federazione, oltre che dai programmi di partecipazione alle gare nazionali, internazionali e locali dell’atleta de quo.
In generale, la lunghezza del periodo di preparazione dipende dalla quantità di carico necessaria per la costruzione di nuove basi fondamentali e giocano un ruolo preciso i punti di vista e le idee del tecnico, le caratteristiche della specialità, le capacità individuali dell’atleta con particolare riguardo alle doti di sopportazione del carico.
Dovrebbe in ogni caso, tanto nella semplice quanto nella doppia programmazione, essere ben più lungo del periodo di gara, come del resto già spiegato prima.


Unitamente al descritto ciclo periodico, divisibile per caratteristiche generali e della stagione sportiva in fasi o in tappe o in sottoperiodi, lo sviluppo della prestazione è orientabile in forma migliore procedendo ad un’ulteriore classificazione e considerando il ciclo periodico ulteriormente divisibile in cicli mediante la modalità di distribuzione dei carichi e per la natura degli stessi.
Matwejew parlava di micro ciclo (ciclo piccolo) intendendolo come la successione delle singole unità di allenamento a carattere diverso prima che le stesse fossero replicate e venisse pertanto chiuso e ricominciato il ciclo (7/10 gg.); definiva invece macrociclo (ciclo grande) l’insieme dei microcicli costituiti in modo da prevedere le medesime finalità o con caratteristiche comuni, benché basati nella pratica su esercitazioni diverse.




Note a commento:


Oggi siamo più inclini a considerare con il termine macrociclo il periodo di allenamento più vasto,  coincidente con la stagione agonistica o con parte di essa; denominiamo invece mesociclo (ciclo di mezzo) ogni raggruppamento di micro cicli rivolto allo sviluppo di un obiettivo parziale necessario, ben determinato e coincidente  - in buona sostanza - con il macrociclo di Matwejew, che dal canto suo non riconosceva un ciclo intermedio tra il micro ed il macro.
La suddivisione infine del periodo di allenamento in senso generale, inteso come intera stagione agonistica e coincidente oppure no con il macrociclo, può a sua volta ricomprendere archi temporali definibili “fasi” o “sottoperiodi”  e presi in esame in tal senso solo sotto l’ottica della loro durata, perciò da un obiettivo ad un altro e non per la tipologia di esercitazioni, sessioni e sedute che li formano e caratterizzano.

E’ evidente che siamo in presenza delle prime elaborazioni di cicli di periodizzazione distribuite in macro e micro cicli e, come ovvio, la materia presenta ancora incertezze e lacune qualora la terminologia e le descrizioni siano lette con la chiave di lettura dei nostri giorni, dopo che in Occidente la tematica è stata ormai ampiamente affrontata e dibattuta pure con dimostrazioni e pubblicazioni di programmi, dati e statistiche ampiamente disponibili.
Per comprendere il messaggio di pianificazione delle scuole dell’epoca ed il loro approccio con la periodizzazione, in quei decenni nei quali da noi era ancora abbastanza estemporanea, occorre forse procedere ad ulteriori analisi che mi riservo di proporre in un prossimo post.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Ven Gen 03, 2014 12:24 pm




Altre considerazioni sulla costruzione ciclica del carico



Come avevo annunciato nel post precedente, penso sia utile un ulteriore approfondimento sull’argomento.
All’epoca del testo di Harre l’approccio alla periodizzazione del carico era ancora nella fase iniziale in Occidente e, pertanto, la lettura superficiale del capitolo trattato potrebbe non chiarire alcuni concetti in merito alla cosiddetta ciclizzazione.
Per semplificare è forse opportuno ripetere e analizzare meglio le singole tappe in cui può essere suddiviso un programma di allenamento o piano di lavoro atletico.


Per comodità, sintesi e chiarezza di spiegazioni traggo liberamente da “L’organizzazione dell’allenamento” di Bellotti e Donati.

Con il termine "periodizzazione", letteralmente, si dovrebbe intendere solo la distribuzione cronologica dei contenuti dell’allenamento; in realtà il significato è ben più ampio, poiché tale distribuzione non è casuale ma tiene conto di una serie di conoscenze sul funzionamento e sulle capacità di adattamento dell’organismo.
Parte di queste conoscenze sono state verificate scientificamente (Leggi generali), altre solo nella pratica sia pur ripetuta e quindi suscettibili di precisazioni e modifiche anche sostanziali.
La periodizzazione può essere considerata come un momento di un progetto complesso elaborato allo scopo di permettere ad un determinato atleta di porre in essere le proprie capacità di prestazione.
La prima fase è quella della pianificazione, cioè della formulazione di una strategia delle macrovariazioni di struttura dell’allenamento, in ordine sia ad obiettivi intermedi che finali e nel più ampio spazio di tempo.
La seconda fase è quella della periodizzazione propriamente detta, cioè lo stabilire principi teorici relativi al particolareggiato sviluppo dei carichi nei diversi periodi che costituiscono la macrostruttura dell’allenamento.
L’applicazione dei principi teorici di periodizzazione si concretizza nella programmazione, ovvero nella stesura del programma di allenamento.



A questo punto distinguiamo:
- il ciclo di allenamento o macrociclo (lett.te ciclo grande) : con cui intendiamo l’insieme di esercitazioni preparatorie, le gare conseguenti ed il periodo successivo di transizione.
Questo “ciclo” può coincidere con l’intera stagione agonistica annuale nella periodizzazione semplice, può essere all’incirca semestrale in quella doppia, può persino essere quadrimestrale o trimestrale in periodizzazioni triple o multiple non contemplate da Harre.
All’interno del ciclo di allenamento possiamo inoltre distinguere una successione temporale che prevede più periodi o fasi (preparatorio, talvolta quello pre competitivo, competitivo o agonistico, di transizione;


- il mesociclo (lett.te ciclo di mezzo): ossia l’insieme dei micro cicli (vd. poi) finalizzati al raggiungimento di un medesimo obiettivo intermedio e che, considerati nel complesso, permettano poi di perseguire gli obiettivi più generali e finali del macrociclo. Possiamo così avere mesocicli preparatori generali, preparatori specifici, pre competitivi, di sostegno, di recupero.
La struttura interna del mesociclo è tale che ad alcuni giorni caratterizzati da carichi elevati ne seguono altri (in numero più limitato) con carichi ridotti, così da creare quei fenomeni di supercompensazione che comportano l’innalzamento delle caratteristiche ricercate nel mesociclo stesso. Per tale motivo, alcuni autori lo definiscono pure con l’allocuzione di “ciclo funzionale”, intendendo riferirsi all’obiettivo intermedio perseguito, mentre altri come Matvejew non lo contemplano affatto, ritenendo poco razionale dal punto di vista della specializzazione e non individuata sul piano dell’esperienza pratica la necessità di ulteriori passaggi intermedi tra macro e micro ciclo;


- il micro ciclo (lett.te ciclo piccolo): che, proprio utilizzando Matvejew, può considerarsi un “frammento compiuto” del ciclo di allenamento, poiché in esso sono compresi tutti i suoi elementi anche più di una volta ma sempre combinati in maniera diversa.
In altre parole, al suo interno troviamo le singole unità di allenamento o sessioni (questo ultimo termine più usato per indicare la successione nel tempo o nel micro delle varie esercitazioni principali o di gara) coincidenti o meno con la seduta di allenamento, in quanto può essere prevista la ripartizione temporale in due sedute giornaliere della stessa unità.
Il susseguirsi di unità di allenamento diverse tra loro, che possano cioè prevedere al loro interno il ripetersi degli stessi mezzi allenanti ma organizzati in modo comunque differente da luogo al micro ciclo, che termina con l’ultima sessione della serie.
La replica di un’unità di allenamento organizzata in modo analogo di quella iniziale da vita al micro ciclo successivo.


Per ragioni eminentemente pratiche il micro ciclo è spesso coincidente con la settimana (es: sessioni/unità A-B-C-D in 4xweek e nuovo micro ciclo al replicarsi di A) ma, in realtà, può avere una durata variabile dai 2 fino ai 9 giorni.
Come già detto, l’unità di allenamento può  coincidere con un’unica seduta o prevederne due nel giorno solare, entrambi parti di detta unità o ancora, nel medesimo giorno, tenersi 2 diverse unità o sessioni; il tutto a seconda degli ingredienti e modalità di svolgimento previsti.
La sessione di allenamento è spesso termine equivalente all’unità di allenamento e talvolta coincidente con la seduta; tuttavia in molti casi indica la successione nel micro o nel macro di un determinato e specifico mezzo allenante, con un computo indipendente dalla seduta in cui si svolge (es. sessione A e B oppure settimanale di una certa esercitazione in una settimana che preveda 4 o più unità di allenamento oppure 1^,2^3^ ecc. sessione di tal esercitazione nell’ambito del mesociclo).

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mer Gen 08, 2014 9:51 am




4) Principio della consapevolezza      



La consapevolezza del lavoro da svolgere e della preparazione programmata si raggiunge ponendo in essere tutti i mezzi ed orientando l’attività di allenamento in maniera tale che l’atleta si renda appunto consapevole delle proprie abilità e capacità, le assimili compiutamente e sia perfettamente a conoscenza di quali siano gli scopi dell’azione intrapresa, così da poterla svolgere con un livello di autonomia man mano più elevato ed essere in grado, nel corso delle competizioni, di prendere le decisioni migliori nei tempi dovuti.


Il principio della consapevolezza del carico di lavoro parte dal presupposto che l’iniziativa creatrice e l’autonomia dell’atleta costituiscono gli elementi indispensabili per una formazione ottimale del processo di allenamento e per il perseguimento di elevate prestazioni, che possono ottenersi solo se gli atleti conoscono la sostanza dei fenomeni e dei processi che essi stessi sono chiamati a portare avanti.


Il concetto del lavoro di formazione ed educazione dell’atleta ha le sue radici nella conoscenza razionale resa possibile in virtù del pensiero umano e postula che “ quanto più profonda e vasta è la conoscenza, tanto più efficace sarà l’azione pratica che ne deriva”.


Se ne deduce che la condizione essenziale per la realizzazione del principio in questione sia l’unità del ruolo guida dell’allenatore insieme alla consapevole, costruttiva collaborazione nonché all’attività responsabile dell’atleta.
Il ruolo di guida dell’allenatore consiste soprattutto nell’organizzare il processo di allenamento e l’attività dei propri atleti in modo che essi possano sviluppare le loro personalità ed individualità. Svolgerà pertanto una particolare attenzione alla crescita della formazione intellettuale e culturale specifica, inducendo allo studio della letteratura sportiva e scientifica del settore.
E’ importante che gli atleti si rendano conto del proprio ruolo spesso pubblico, della rilevanza sociale dei loro comportamenti ed atteggiamenti (in particolare ad alti livelli ma anche come esempio nei più giovani o in chi li circonda – n.d.r.), siano edotti sulle leggi generali che regolano il funzionamento della macchina umana, lo sviluppo della prestazione sportiva, conoscano precise norme igieniche e comportamentali, come pure abbiano solide motivazioni individuali e di gruppo.


D’altro canto, la consapevole e costruttiva collaborazione e l’attività responsabile dell’atleta - cui si è fatto cenno sopra – sono stimolate dalle richieste del coach, della squadra o società e del contorno oltre che dai precisi compiti per la cui soluzione sono necessari un’adeguata capacità di riflessione, l’intensità degli impulsi ed il senso di responsabilità e di appartenenza. Così il coach promuove anche l’interesse dell’atleta all’attività agonistica e la sua compartecipazione intima all’allenamento ed alle gare.
L’aspetto motivazionale è essenziale per lo sviluppo dell’autonomia creatrice, a sua volta basilare in molte discipline e, comunque, punto fermo per la solidità e costanza dell’atleta nel seguire con tenacia nel tempo un programma di preparazione. Ecco perché è importante che, fin dall’adolescenza, si costruiscano le fondamenta di motivazioni personali e sociali che poi crescano verso forme ancor più strutturate e compiute.
Stubner sostiene come siano indissolubili la collaborazione creatrice e partecipativa dell’atleta con lo sviluppo della propria consapevolezza, in quanto trovano la loro espressione proprio nella stabilità psichica e nella formazione teorica e intellettuale dell’atleta, quali indici di una personalità ricca ed evoluta.



Queste le regole che Harre e c.  individuano e suggeriscono per la costruzione pratica del processo di allenamento, seguendo il principio della consapevolezza:


a) la comune elaborazione tra allenatore ed atleta di quelli che sono fissati come  obiettivi della prestazione.  L’atleta deve esser quindi consapevole di ciò che è in grado di ottenere ma pure di quanto gli è richiesto, sia per gli obiettivi in prospettiva (a lungo termine) come per quelli più ravvicinati;

b) la partecipazione degli atleti alla programmazione e valorizzazione dell’allenamento. Per rendere partecipe un atleta al programma da stilare, occorre educarlo prima all’auto valutazione, quindi a saper valutare ed esprimere coscienziosamente il proprio pensiero, la propria disposizione a quanto previsto, alla convinzione dei propri mezzi come alla consapevolezza di limiti e riserve. Tutto ciò deve riferirsi a:
- valutazione dei responsi dell’allenamento,
- valutazione dei risultati di gara,
- comportamento nei confronti del gruppo e delle assegnazioni di allenamento,
- obiettivi che si intendono perseguire con la prospettiva finale;
Il diario di allenamento, che l’atleta dovrebbe tenere sempre aggiornato, è un   importante ausilio per le esigenze di cui sopra.

c) l’esecuzione di regolari controlli sulla prestazione. Essi si rivelano importanti per la consapevolezza dello stato di allenamento e delle singole componenti dello stesso nonché per partecipare alle soddisfazioni dei livelli conseguiti con l’applicazione e l’allenamento;

d) l’educazione all’autocontrollo. È un’esigenza particolarmente rilevante nell’addestramento tecnico tattico e necessita dunque che l’atleta conosca la struttura del gesto motorio richiesto e le leggi biomeccaniche che lo regolano. Deve inoltre mostrare ottime capacità di analisi nella ricerca dei difetti e delle possibilità della loro eliminazione;

e) le prescrizioni domestiche. Con tale allocuzione, un po’ antiquata, gli autori non si riferiscono come potrebbe sembrare a norme igieniche e di regolamentazione nella vita di tutti i giorni ma sottendono le simulazioni che aiutino la preparazione tecnico sportiva, alcuni esercizi ginnici o di stretching per il riscaldamento, il recupero o la prevenzione dagli infortuni, lo studio di letteratura specializzata, l’osservazione attenta negli allenamenti dei compagni, l’ampliamento generale delle conoscenze.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mer Gen 08, 2014 11:13 am

"4) Principio della consapevolezza



La consapevolezza del lavoro da svolgere e della preparazione programmata si raggiunge ponendo in essere tutti i mezzi ed orientando l’attività di allenamento in maniera tale che l’atleta si renda appunto consapevole delle proprie abilità e capacità, le assimili compiutamente e sia perfettamente a conoscenza di quali siano gli scopi dell’azione intrapresa, così da poterla svolgere con un livello di autonomia man mano più elevato ed essere in grado, nel corso delle competizioni, di prendere le decisioni migliori nei tempi dovuti.
"


questo per me è vangelo...un programma di allenamento nn vale nulla se non lo si affianca con il tempo con una forte dose di consapevolezza e capacità di autoanalisi...se no si diventa solo dei muli da carico
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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mar Gen 21, 2014 9:57 am




5) Principio della sistematica.



Con il termine di “sistematica”, associato al processo di allenamento, vuole intendersi la logica e consequenziale disposizione in esso di tutti i mezzi necessari, in corrispondenza alle leggi che regolano lo stato di allenamento e nell’interesse di un rapido sviluppo di prestazione dell’atleta.
Più diffusamente, procedere sistematicamente nell’attività di allenamento significa stendere un programma logico, che obbedisca alle leggi generali della fisiologia, della biomeccanica e dell’allenamento, costruire in tal modo un processo di formazione ed educazione in dipendenza della struttura di una disciplina o specialità sportiva nonché delle peculiarità del singolo di inserirsi nel processo, in maniera così economica da eliminare ogni impedimento e deviazione, consolidando ad un tempo le capacità e possibilità acquisite.


Il principio della sistematica segue delle leggi invariabili, mentre la sua attuazione nella pratica, ovvero la costruzione sistematica della metodica di allenamento in una disciplina è invece sottoposta a mutamenti dovuti al progresso tecnico, scientifico e talora tecnologico sopravvenuto, alle diverse situazioni, alle individualità, alle nuove scoperte, alle diverse esperienze, tutte atte a determinare valutazioni soggettive da parte del tecnico e dell’atleta.
Cosicché, sulla base dello studio metodologico dei principi di allenamento e delle applicazioni pratiche concretamente possibili e verificatesi nel tempo, sarà scelto un metodo di lavoro su cui costruire il sistema attuativo, stabilendo un punto di partenza e fissandone uno di arrivo, finalizzato quindi ad uno o più obiettivi prescelti, con un percorso segnato all’interno da suddividere in periodi, fasi e cicli e da riempire con i mezzi allenanti, ovvero le esercitazioni prescelte.
Lo sviluppo logico, ordinato e conseguente di tutto quanto detto obbedisce appunto al criterio di sistematicità dell’allenamento e della somministrazione dei carichi allenanti.


Una costruzione non sistematica e dunque una collocazione non appropriata o casuale oppure eccessiva del carico potrebbe determinare una o più delle conseguenze tra quelle che si elencano:
- il fallimento degli obiettivi,
- il raggiungimento precoce stato di forma rispetto alle competizioni principali,
- lo stallo dei livelli di prestazione, un sovraffaticamento più o meno latente,
- condizioni di forma non ideali,
- più elevato rischio di infortuni,
- scarsa capacità da parte dell’atleta di focalizzare gli obiettivi importanti,
- troppo bassa o troppo alta tensione psicologica e nervosa.


Nella fase precedente alla stesura del programma di allenamento sono di fondamentale importanza le valutazioni del tecnico e la sua capacità di disamina sia complessiva della situazione quanto particolare riferita al soggetto con cui si rapporta.
Alla scelta del metodo di lavoro segue un’accurata predisposizione del sistema ritenuto idoneo per la circostanza, che dovrà contenere tutti i mezzi di preparazione previsti sotto il profilo fisico, tecnico e tattico in giusta collocazione, successione e correlazione tra loro.
L’esatta programmazione, stima e previsione del processo di allenamento, in ogni sua parte, dal singolo esercizio nell’unità di allenamento fino alla predisposizione dell’intero macrociclo, sono i presupposti indispensabili per il procedimento sistematico nella preparazione dell’atleta.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Lun Gen 27, 2014 10:18 am





6) Principio dell’evidenza



Il principio dell’evidenza si fonda sulla comprensione chiara e concreta dei fenomeni e sull’acquisizione delle immagini che fotografano il movimento e si rendono necessarie per sviluppare l’attività.
Con esso ci orientiamo verso il grado più alto della conoscenza con quelle che sono le forme più importanti atte ad offrirci i dati da cui partire per l’elaborazione mentale del gesto motorio: la sensazione e la percezione.


Realizzare questo principio nel processo di allenamento richiede capacità funzionale e l’impiego della maggior quantità possibile degli organi di senso, quali recettori complessi di movimento.
Pertanto, lavorare secondo i canoni dell’evidenza nell’allenamento presuppone l’applicazione di molteplici mezzi della rappresentazione visiva, che contribuiscono a procurare una presentazione il più completa possibile nonché riproducibile del movimento e dell’azione tattica da assimilare, così da determinare le componenti essenziali e la misura utile di esse (es. quantità e intensità), in relazione al tipo di prestazione sportiva cui si mira.


Quanto detto comporta l’importanza che il programma di allenamento sia chiaro alla comprensione dell’atleta, intellegibile e traducibile nella pratica quotidiana, tale che l’atleta possa comprenderne l’essenza, giustificarne il decorso, concordare sugli obiettivi e valutare insieme al tecnico le tappe ed i risultati intermedi. Al tempo stesso deve essere in grado di avere idee raffigurative che rispecchino il più possibile le immagini che potrà ripetutamente vedere, far proprie, ripetere ed assimilare nell’atto sportivo da compiere e perfezionare.


Ne consegue che le regole base per la costruzione di un processo di allenamento, seguendo il principio dell’evidenza sono:

a) Creare una rappresentazione esatta della struttura del movimento insegnato; ciò si verifica mostrando e precisando la gestualità ed affinando la percezione di essa, fornendo chiarificazioni suppletive, dando continue indicazioni e intavolando discussioni sul tema, facendo svolgere esercitazioni pratiche attinenti. Con una buona presentazione del piano di lavoro si può accelerarne l’acquisizione, e l’esatta rispondenza delle esercitazioni pratiche alle fattispecie di gara sono il presupposto per un rapido apprendimento della tecnica.

b) Adottare una molteplicità di mezzi idonei di illustrazione: i particolari di un movimento e le rappresentazioni spaziali tramite figure, diagrammi, foto, video ma pure rilievi ottici ed acustici, accompagnamenti ritmici, lavagne magnetiche ed altri accorgimenti ciascuno più o meno adatto a seconda della specialità sportiva.

c) Lavorare per la risoluzione di difetti, handicap, errori tecnico tattici e – in generale – per vari compiti educativi alla disciplina.
Tra i modelli che agevolano la correzione di errori e posture nonché il miglioramento della biomeccanica, dell’approccio, del setup e il miglioramento nell’insieme dell’atto da compiere, vi sono gli esempi costituiti da altri atleti (o squadre) e prestazioni precedenti, da fattispecie analoghe, gite per assistere a gare e stage, raduni sportivi e riunioni.


Nella realizzazione del principio di evidenza si dovrebbe prestare particolare attenzione ai cambiamenti ed alle connotazioni diverse da assumere in rapporto alle diverse età.
Nell’età giovanile domina infatti la percezione sensitiva, mentre con l’aumentare degli anni acquistano importanza maggiore le parole chiarificatrici e l’illustrazione di più ampio spettro.


L’ambiente viene soggettivamente percepito mediante stimoli differenti a seconda delle circostanze e delle individualità: la percezione può aver luogo con gli occhi, le orecchie, il senso tattile e la sensazione muscolare e di movimento.
In esito a ciò si è soliti suddividere il tipo di recettività: visivo, acustico e motorio. Queste tre tipologie di sensibilità sono presenti in ognuno di noi ma possono prevalere in modo diverso in un atleta rispetto ad un altro e in ciascuno a seconda della situazione contingente.


Compito dell’allenatore deve essere anche quello di capire e conoscere quale tipologia di stimolo predomini in assoluto nel singolo e quale sia più forte nel momento topico, al fine di indirizzare agli atleti le rappresentazioni ideali e volte al rispetto ed al risalto del principio dell’evidenza.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Lun Mar 10, 2014 3:57 pm




7)  Principio della razionalità



L’allenamento moderno pone gli atleti di fronte ad esigenze e richieste sempre maggiori, sia per quanto riguarda l’allenamento giovanile e sia per quello degli alti livelli di prestazione e qualificazione.
Le intensità attuali molto elevate rispetto al passato, il considerevole volume, la ricerca tecnica più raffinata, i mezzi ausiliari e tecnologici a disposizione, il grado di conoscenza e culturale raggiunto permettono di ottenere risultati un tempo impensabili.
Tale realtà sottolinea l’importanza del  principio di razionalità  nella scelta dei mezzi allenanti, nelle programmazioni, nelle mobilizzazione delle riserve e nelle esigenze comportamentali.


Il principio della razionalità impone quindi, da un lato, di stabilire un’idonea proporzione tra la capacità individuale e la disposizione alla prestazione con le pressanti richieste esterne che pervengono, dall’altro di trovare la soluzione logica dei compiti, creando gli stimoli allenanti verso i limiti della capacità di prestazione del momento.


La contrapposizione tra capacità e richiesta agisce come fattore stimolante e richiede pertanto all’atleta l’impiego totale di ogni aspetto della propria personalità. Cosicché, se egli riesce ad adempiere al compito prescritto, si concretizza l’avvenimento di successo ed in lui si manifesta la disposizione ed il desiderio ad intraprendere ulteriori e più difficili compiti.


Chiaramente il metro di valutazione per considerare un risultato come successo o insuccesso dipende dagli obiettivi prefissati, dalla capacità di prestazione del singolo, dall’entità e dalle caratteristiche delle esigenze e delle richieste.
Un piano di allenamento deve porre l’atleta nelle migliori condizioni affinché ciò si verifichi, obbedendo appunto ai criteri della razionalità e dunque:
- analizzare a fondo la capacità di prestazione e lo sviluppo della personalità dell’atleta,
- adattare il carico esterno (vd. capitoli precedenti) alla capacità di prestazione individuale,
- tenere in considerazione alcune peculiarità e caratteristiche specifiche, quali la condizione femminile, l’età anagrafica, patologie pregresse, l’anabasi atletica del soggetto, ecc.,
- osservare una precisa continuità nei mezzi di allenamento adottati,
- seguire un programma che preveda tutte le fasi allenanti, a partire da quelle generali e prodromi di capillarizzazione, potenziamento e adattamento fino a quelle più specifiche, specialistiche e proprie del periodo competitivo secondo una successione e sequenza logica.


Se ne deduce che il principio della razionalità è la base di qualsivoglia programma di allenamento costruito in maniera sistematica, ovvero che traduca dalla metodologia cui si ispira le linee guida e le sviluppi in modo logico e consequenziale.  
Nella linea da seguire per una programmazione che rispetti il principio di razionalità vanno tenuti altresì in debita considerazione alcuni fattori che possono influenzare in modo significativo, in positivo o in negativo, il carico individuale.
Tra questi:
- l’età cronologica dell’individuo,
- l’anzianità di allenamento,
- il rapporto tra la capacità di prestazione individuale in gara e quella di carico in allenamento che non corrisponde in tutti i soggetti nella stessa percentuale,
- lo stato di salute,
- lo stato di allenamento nel corso del macrociclo e nel momento della stagione agonistica,
- le capacità soggettive di recupero,
- le differenze di sesso,
- le differenze morfologiche, psicologiche e mentali.

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MessaggioTitolo: Re: I principi dell'allenamento nella "Teoria" di Harre.   Mer Mar 12, 2014 10:22 am




8 ) Principio della stabilità




L’ultimo dei principi del carico enunciati nella “Teoria” di Harre vuole intendere che, nel corso del processo di allenamento, gli atleti si allenano in maniera tale che le abilità educate ed affinate, la capacità costruite e migliorate nonché le nozioni tecniche apprese divengano  stabili  lungo il percorso della preparazione e possano poi darsi per acquisite nel momento in cui si dovrà stabilire un nuovo start da cui impostare la pianificazione successiva.
In tale contesto, il termine “stabile” significa appunto che tutte le anzidette abilità, capacità e nozioni non si limitino a poter essere concretamente applicate in ogni momento ed in modo duraturo ma siano messe in condizione di emergere ed eccellere in senso produttivo e creativo nelle specifiche condizioni della competizione.

     
Proprio per questo motivo, l’obiettivo di costruire uno stereotipo dinamico-motorio di gara che si riveli efficace e costante non lo si raggiunge mediante esercitazioni sistematiche standard ed abituali ma apportando varianti che contemplino molteplici eventualità nelle differenti fattispecie che potrebbero presentarsi nell’evento sportivo.


Soltanto assicurando la stabilità delle capacità fisiche e delle abilità motorie conseguite si otterrà un rapido e continuativo oltre che regolare progresso nella prestazione.
Allo stesso modo come i risultati educativi in un processo di crescita individuale e di gruppo (fondamentale negli sport di squadra) necessitano di un periodico consolidamento, affinché le abitudini gradualmente costruite nei comportamenti e nelle risposte dell’atleta alle diverse richieste di performance non si interrompano, non subiscano forme involutive e l’atleta sia in grado di reagire con efficacia ad influssi negativi o a difficoltà di differente tipo.



In pratica ed in sintesi occorre prestare particolare attenzione a:

- Evitare le interruzioni di allenamento; poiché esse danneggiano non soltanto la stabilizzazione degli adattamenti ottenuti ma conducono ad una celere regressione delle capacità psico-fisiche e delle abilità tecnico-tattiche, soprattutto per quelle non ancora sufficientemente consolidate nel tempo;

- Consolidare la cultura acquisita inserendo il nuovo solo allorché il vecchio sia stato già sperimentato nella sua solidità, assicurando un sicuro fondamento per il prosieguo del processo formativo;

- Monitorare con frequenza gli effetti dei carichi sugli atleti, registrandone e valutando le rispettive reazioni, affinché la menzionata stabilità non sia compromessa da un aumento eccessivo di detti carichi;
Inserire saltuariamente forme di esercitazione di richiamo e controllo, pure negli atleti più evoluti, al fine di rinsaldare le abilità pregresse, rafforzare i punti deboli e mantenere così elevato il livello di attenzione dei singoli, facilitando in essi il processo di consolidamento del passato, l’inserimento di nuovi input, la stabilità e l’omogeneità dell’insieme delle informazioni fisiche e tecniche mediante il ripasso e l’aggiornamento

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